Europa, la grande crisi

In occasione del “Processo all’Europa” organizzato dal Centro Europe Direct di Nuoro, abbiamo incontrato Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Movimento Europeo Italia.
Uno dei suoi libri, pubblicato nel 1996, si intitola “Prospettiva Europa”: qual è oggi la prospettiva dell’Unione?
«Nonostante abbia vissuto svariate crisi nel corso degli anni, quella di oggi si prospetta come più profonda per diverse ragioni, tutte concorrenti e molto gravi. Soprattutto, manca la volontà comune di governo e si percepisce una netta sfiducia di ciascuno Stato membro nei confronti degli altri, ovvero una affectio societatis (volontà di essere soci, ndr). Ciò deriva dal fatto che, mentre i precedenti leader europei come Kohl e Mitterrand avevano un forte sentimento derivato dalla consapevolezza delle divisioni create dalla Seconda Guerra Mondiale, i nostri attuali leader, molti dei quali al di sotto dei 50 anni d’età, non hanno vissuto tale angosciosa prospettiva.
L’altra ragione, che fa differire l’attuale crisi da quelle passate rendendola ancora più oscura, è legata alle nuove problematiche che anche gli Stati nazione sono chiamati ad affrontare, tra le quali gli imponenti flussi migratori, la criminalità organizzata ed il terrorismo internazionale giunto a scalfire la nostra sicurezza, i cambiamenti climatici e le crescenti disuguaglianze che, nella sola Europa, vedono circa 120 milioni di persone a rischio povertà.
La risoluzione di queste questioni richiede un intervento di dimensioni transnazionali che vada oltre la gestione statuale: infatti le forze stataliste, parafrasando George Bernard Shaw, stanno offrendo una soluzione facile ma sbagliata a problemi complessi, portando i singoli Stati membri e l’intera Unione Europea verso una deriva sovranista che frammenta e crea conflittualità interna ed estera».
È ancora possibile parlare di società civile europea, al netto di populismi e demagogie potenzialmente devianti?
«In realtà, sono sempre esistite tante società civili europee, ognuna con le proprie caratteristiche socio-culturali. La frammentazione è sempre presente e, in momenti marginali, è stata persino più forte. Un esempio di società civile europea, date le sue ripercussioni, è stata la mobilitazione pacifista contro la guerra in Iraq: ad oggi, però, si può dire scomparsa tanto quanto le iniziative transnazionali dei sindacati europei. Infatti, a partire dalla pesante crisi degli anni 2008-2009, anche i sindacati di ciascuno Stato membro hanno cercato la soluzione più semplice ai problemi congiunturali, difendendo in maniera di fatto corporativa gli interessi dei lavoratori, talvolta a scapito di quelli provenienti da altri Paesi e persino di quelli facenti parte delle categorie da loro tutelate. Anziché mobilitare tutti i loro iscritti a livello nazionale e transnazionale, hanno preferito accettare gli accordi di Göteborg che non sono giuridicamente vincolanti e, dunque, non offrono alcuna garanzia di tutela».
Cosa fare, concretamente, per ritornare nell’alveo della democrazia europea?
«Servirebbe un’unità d’azione legata all’idea di una Unione Europea da cambiare, riflettendo però sul metodo più efficace per farlo. Appare quindi quanto mai necessario modificare i trattati per attribuire maggiori poteri al Parlamento Europeo e non al Consiglio, soprattutto in materia economica e di politica federale interna ed estera. La società civile dev’essere chiamata a rivendicare un metodo partecipativo di riforma dell’Unione europea (Ue), mediante l’elezione diretta dei propri rappresentanti Unionisti per l’ottenimento di una democrazia costituente che vada oltre gli Stati nazione coi loro sterili sovranismi».
All’interno dell’Unione europea, l’Italia è davvero così subalterna in materia economica e di politica estera?
«L’Italia si è resa subalterna alle decisioni delle istituzioni europee per sua stessa volontà. Ad esempio, ratificando il Trattato di Lisbona, ha accettato di gestire da sola la questione migratoria, così come i governi degli altri Stati che l’hanno firmato».
A tal proposito, quali sono le “fake news” che sente di dover smentire, soprattutto in merito alla gestione dei confini ed alla questione migratoria?
«In termini quantitativi e percentuali relativi all’accoglienza dei rifugiati, l’Italia si colloca dopo la Germania, la Francia e la Svezia. Oltretutto, a seguito del decreto Minniti, gli sbarchi si sono ridotti dell’85%. Passando dall’operazione Mare nostrum a Sophia, si è deciso di far sbarcare i migranti nei porti più sicuri, e quelli libici non sono certo annoverabili tra questi. Inoltre, il nostro attuale governo si è alleato con degli Stati aventi interessi opposti ai nostri, impedendo la riforma del Regolamento di Dublino, che vide opporsi i leghisti ed astenersi gli esponenti del Movimento 5 Stelle. I restanti dati, diffusi epidemicamente sotto forma di notizie bufala, si basano essenzialmente sulle nostre percezioni, ma non sulla realtà».
Qual è, ancor oggi, l’eredità europeista di Altiero Spinelli?
«A partire dal Trattato di Lisbona in poi, l’Unione Europea è stata resa sempre più intergovernativa. I piccoli passi verso la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa di impronta federale, teorizzati tanto da Spinelli quanto da altri pensatori, sono andati via via sfumando. Si sono anzi fatti dei passi indietro, consacrando sempre più i poteri del Consiglio Europeo e dei governi nazionali. Nei dieci anni che vanno dal 2008 ad oggi, l’Ue si è allontanata da una concezione capace di farla funzionare effi-cacemente. Bisognerebbe dunque ritornare a questa visione politica, scegliendo oculatamente i costruttori ai quali affidarci, 28 come gli attuali Stati membri, per la realizzazione di obiettivi comuni, coerenti con il lavoro di rinnovamento di cui necessita la casa europea. Il ruolo di architetto dev’essere affidato a dei rappresentanti scelti direttamente dai cittadini dell’Unione mediante l’elezione, nel 2019, di un’assemblea rappresentativa delle posizioni europeiste che funga da volano per una nuova fase costituente ».
Cosa pensa delle spinte indipendentiste, come quella catalana, interne agli Stati membri dell’Unione Europea?
«Si rischia di aggiungere un sovranismo regionale a quello nazionale. Tuttavia, le responsabilità dell’esacerbazione di questi movimenti sono sicuramente da attribuire ai governi nazionali: nel caso spagnolo, il governo Rajoy non ha riformato lo Statuto delle Autonomie ed ha avuto pesanti colpe anche nella gestione della crisi economica e in quello francese il presidente Macron, che si dichiarava federalista, ha riformato la Costituzione creando delle liste nazionali. Sarebbe invece augurabile una Spagna federale, e non secessionista, all’interno di un’Europa federale: attualmente, auspico che il governo Sanchez rilanci l’idea di Zapatero, che andava in questa direzione. Rafforzare il federalismo è infatti necessario, tanto a livello subnazionale quanto a livello dell’Unione Europea. Le istanze indipendentiste e nazionaliste catalane, basche, galiziane e di altri Paesi europei, richiedono una riforma costituzionale interna agli stessi Stati nei quali sono nate, al fine di realizzare un vero sistema federale traslabile poi a livello istituzionale europeo.
Per quanto concerne il caso sardo, invece, è paradossale l’alleanza tra il Partito Sardo d’Azione e la Lega: i federalisti regionali si sono infatti alleati con un partito nazionale, rinnegando di fatto la loro storia politica. Bisognerebbe però ridiscutere seriamente, in Italia, il tema delle Regioni a Statuto Speciale che paradossalmente, dopo la riforma, hanno perso potere anche rispetto a quelle a Statuto ordinario».
Come potenziare il ruolo dei giovani all’interno dell’Unione Europea, rendendoli attori partecipi del cambiamento?
«Concretamente, si dovrebbe trasformare il Servizio Volontario in Servizio Civile Europeo, legandolo a quello nazionale e potenziandone anche la dimensione extraeuropea. Riformando le attuali regole, lo si potrebbe rendere una costola del progetto universitario Erasmus. Quest’ultimo, invece, dovrebbe essere rafforzato in quanto, nei suoi primi 20 anni, ha consentito di parteciparvi a più di 5 milioni di giovani su un totale complessivo che ammonta però a 140 milioni di studenti universitari. Ciò significa che il progetto dovrebbe essere reso più inclusivo, consentendo a tutti l’accesso: nonostante la decuplicazione delle risorse stanziate, portate a 50 milioni di euro a partire dal 2021 come previsto nell’ultimo bilancio del governo Gentiloni, ancora troppi giovani sono esclusi dallo stesso in quanto non hanno le possibilità economiche per vivere autonomamente al di fuori dei confini nazionali, e le sole sovvenzioni non sono assolutamente sufficienti per coprire le spese. Ad oggi, inserendo l’obbligatorietà della partecipazione al progetto Erasmus, si rischierebbe l’impossibilità, per molti studenti, di poter rispettare il vincolo. La Regione Sardegna aggiunge al contributo disposto una delle cifre più elevate d’Italia che, però, resta insufficiente per coprire il costo della vita dei giovani in situazione di disagio economico. Non è infatti pensabile vivere dignitosamente con la sola sovvenzione pari ad una cifra compresa tra i 600 e gli 800 euro. Sarebbe dunque ideale creare le condizioni finanziarie affinché l’accesso non sia precluso ai più, anche attraverso graduatorie basate sui redditi effettivi e prestiti agevolati a tasso zero offerti dalle banche. Per potenziare la partecipazione giovanile, bisognerebbe inoltre pubblicizzare altre iniziative europee ancora poco conosciute come l’Erasmus Placement, dedicato alle esperienze lavorative post lauream».
Come reperire le risorse per questi ed altri progetti europei che puntino all’inclusione di tutti i cittadini?
«Si dice che esista, in Europa, il partito dei ministri delle finanze, accusati di non avere inventiva e propositività. In realtà, sarebbe possibile prelevare le risorse direttamente dagli Stati membri senza aumentare ulteriormente le tasse, bensì drenandole dai settori socialmente negativi quali quello del gioco d’azzardo, dell’alcool, dei tabacchi e dell’elusione fiscale operata delle multinazionali. Si potrebbero dunque introdurre nuove imposte in questi ambiti senza imporre agli Stati ulteriori misure draconiane al fine di rimpolpare il bilancio europeo e, soprattutto, per finanziare i progetti attuali e futuri in maniera adeguata».

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