Esame di maturità: leggere attentamente il foglietto illustrativo

Giugno è insopportabile. La temperatura è talmente alta che tutto ciò che si vorrebbe è stare in riva al mare. Ma purtroppo ci sono gli esami di maturità, e la spiaggia bianca e le onde ipnotiche e gli abissi blu sono mete irraggiungibili e agognate per molti. C’è chi sta rintanato in camera con il ventilatore accesso al massimo, ricreando un Polo Nord in miniatura, in cui i ghiacciai sono sostituiti da immense pile di libri poco rassicuranti; chi nuota fra le versioni di latino, riesumando antichi scritti perduti nel tempo di Cicerone, Seneca, Cesare, Tacito, e spera in un suggerimento divino che lo aiuti a superare la seconda prova; chi versa lacrime su esercizi di matematica irrisolvibili, sentendosi un po’ come Bilbo Baggins dinnanzi al drago Smaug; chi si domanda perché non abbia abbandonato tutto il primo anno; chi, sulla stessa linea d’onda, straccia documenti in pieno stile Jean Valjean, per poi pentirsene immediatamente dopo, gridando la propria disperazione perché quelli erano gli appunti di chimica e perché non può cambiare identità, fuggire in un altro paese e crearsi una nuova vita (come invece aveva fatto il personaggio di Victor Hugo). E poi c’è chi, come la mia collega, è assolutamente e inspiegabilmente tranquillo, come se ciò che sta per affrontare non sia la fine di un’era durata ben cinque anni, come se dopo non ci fosse un oceano sterminato di possibilità, in cui, se non si trova la giusta rotta, si rischia di annegare.
Ci sediamo al bar, io e lei. Ordiniamo Coca Cola e thè al limone. Rigorosamente con il ghiaccio, perché altrimenti potremmo scioglierci come la strega de Il Mago di Oz. Lei fuma una sigaretta con calma, si guarda intorno. Sembra una turista in vacanza. Invidio la sua pacatezza, io che l’anno prossimo sarò al posto suo, a farmi esaminare da una commissione che assomiglia tanto ad un plotone d’esecuzione. Perché sì, io sono una regista perfetta di drammatici film mentali, con meravigliosi scenari post apocalittici di disperazione e desolazione, da far invidia a The Matrix.
Lei mi sembra tanto in contrasto con una mia cara amica, che l’anno scorso, sotto gli esami, è riuscita a diventare magra quasi quanto Angelina Jolie. Perché sì, insomma: vuoi perdere peso? Abbiamo un rimedio fantastico per te! Esami di maturità! Puòavereeffetticollateralianchegravileggereattentamenteilfogliettoillustrativo (da leggere con la vocina della pubblicità). Era questo il suo slogan.
Spiazzata dalla sua quiete, le chiedo come siano andate le prime due prove.
Lei ridacchia, come se la mia domanda fosse particolarmente divertente, e mi dice: «Bene, perché non ho ancora fatto la terza prova».
Ah, eccolo lì, il mostro orribile e spaventoso, che tutti dovranno affrontare fino al 2018, invidiando i ragazzi che nel 2019 avranno l’esame riformato: la terza prova. Vengono i brividi solo a pronunciare il suo nome.
Le chiedo poi come ha affrontato l’ansia, sperando che non abbia i copyright, perché mi serve un metodo per sopravvivere l’anno prossimo. Lei mi sorride: «In tutta sincerità, non me ne importava granché. Ero abbastanza tranquilla. Sapevo che le due prove sarebbero state facili. E poi nel mentre ho l’esame della patente. E quello, fidati, quello è davvero tosto».
Le sorrido a mia volta. Infine le porgo un’ultima domanda: «Guardando all’indietro, cosa pensi di questi cinque anni di liceo?»
Lei ingurgita un lungo sorso dalla sua lattina di thè. Si guarda intorno. E mi dice semplicemente: «Odi et amo».
Odio e amo. Carme più celebre di Catullo, reminiscenza del terzo anno. Non poteva essere più esplicita di così. Altro che ermetismo.
Mi sento un po’ confortata. Ora questo esame non mi pare più tanto terribile. E dopotutto, come dicono alcune amiche: «Sembra tutto terrificante quando ti mettono davanti il foglio e ti dicono di scrivere: non ti ricordi nemmeno come si tiene una penna in mano, ti limiti a tremare e a trattenere le lacrime. Poi, però, leggi la traccia, apri il vocabolario, e ricominci a ragionare. Alla fine, non è così male».
Forse ce la posso fare anche io.
E invece no, non posso. Questo mi dico una volta rientrata a casa, stravaccata sul divano, in procinto di morire dal caldo. Non ce la posso proprio fare. Perché se quest’anno gli alunni hanno dovuto affrontare Seneca e improponibili problemi su biciclette con le ruote quadrate, la seconda prova dell’anno prossimo (per il Classico) sarà probabilmente greco. E io e il greco abbiamo più o meno lo stesso rapporto che il Catullo citato prima aveva con la sua amante Lesbia. Un po’ lo detesto e un po’ lo adoro.
Quindi sì, insomma, Suzanne Collins, James Dashner e sorelle Wachowski, invidiatemi: i miei romanzi e film immaginari sono più drammatici e distruttivi dei vostri Hunger Games, The maze runner e The Matrix (che, per inciso, io adoro).

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