Emergenze declassate a calamità naturale

Il 23 giugno il Consiglio dei Ministri ha deliberato, stanziando nove milioni di euro immediatamente spendibili, lo stato di emergenza per la siccità nelle province di Piacenza e Parma. Provvedimento richiesto dalla Regione Emilia mentre la Sardegna due giorni prima per mano dell’assessore regionale all’Agricoltura Pier Luigi Caria aveva presentato al ministro Martina “solo” la richiesta della dichiarazione di calamità naturale per tutta l’Isola e per di più dopo aver perso oltre un mese per chiedere e raccogliere le domande poi arrivate da 59 Comuni. Domande poi accantonate prendendo atto che la situazione è drammatica in tutta l’Isola e quindi difficile da delimitare secondo le norme di una “normale” calamità se bisogna addirittura risalire al 1922 per trovare una primavera senza piogge e un’estate anticipata dalle ondante di caldo anomalo. Insomma prima del Governo è necessario convincere la Regione sarda che si deve parlare di emergenza e non di calamità se – sottolinea Coldiretti – nell’anno in corso le piogge sono diminuite a gennaio dell’11,2%, del 32% a febbraio, a marzo del 72,9%, meno 72,2% ad aprile, 94,9% a maggio. Assenza di precipitazioni accompagnate da temperature in media più alte di tre gradi da febbraio a maggio, con una primavera 2017 – secondo la Nasa – la seconda più calda del pianeta a livello climatologico dal 1880, quando sono iniziate le rilevazioni.
In questi tentennamenti della Regione ben diversi rispetto a quelli dell’Emilia Romagna, la Coldiretti ha fotografato un disinteresse generale dove la siccità (basta vedere i mezzi dei pastori che per abbeverare il bestiame girano a Nuoro città alla ricerca di una fontana dove riempire le cisterne), rischia di dare il colpo di grazia a tutto il comparto. E ha portato il 23 giugno a una manifestazione lungo la Carlo Felice con rallentamenti e blocchi temporanei al traffico. Una protesta, la prima di un’estate che si annuncia molto calda e non solo per le alte temperatura, se non arriveranno risposte immediate fondate proprio con la dichiarazione dello stato di emergenza, unico provvedimento in grado di mettere a disposizione fondi subito spendili, evitando quelle pastoie burocratiche che, per fare un esempio, da quattro mesi impediscono la spendita di quei 14 milioni di euro già stanziati dal Consiglio regionale a febbraio, all’indomani della marcia su Cagliari promossa sempre da Coldiretti. L’organizzazione agricola ha annunciato già nei prossimi giorni altre manifestazioni di protesta ma il fronte della mobilitazione rischia di allargarsi a dismisura con la discesa in campo del Movimento pastori fino a oggi stranamente silenzioso. Felice Floris ha convocato i suoi per il primo luglio a Sardara, quando dovrebbero essere decise proprio le manifestazioni da attuare, ritrovando quella vena di lotta che ha caratterizzato proprio il movimento pastori attraversato da qualche tensione interna di troppo se uno dei suoi esponenti, Fortunato Ladu, molto attivo anche su Facebook, ha sentito il bisogno di lanciare proprio sui social un messaggio preciso: «Il primo luglio ci sarà una riunione del Mps a Sardara. Cerchiamo di andarci con spirito critico e propositivo, non ascoltiamo supinamente tutto ciò che ci viene proposto e soprattutto, i pensionati si godano la pensione e chi fa l’imprenditore agricolo per hobby se ne vada al mare».
Coldiretti chiede lo stanziamento immediato di 40 milioni di euro immediatamente spendili come risposta a un’emergenza aggravata dall’aumento del prezzo dei mangimi e soprattutto del fieno visto che la Giunta regionale ha ignorato anche la proposta de La Base di Efisio Arbau di un intervento per abbattere i costi di trasporto. Insomma non sembra esserci più spazio per gli interventitampone. E, infatti, l’annuncio a poche ore dalla protesta di un presunto sblocco di 12 di quei 14 milioni (in realtà il Consiglio regionale dovrà votare una modifica per destinarli con aiuti de minimis direttamente ai produttori) non ha fermato la manifestazione del 23 giugno dove la Coldiretti ha faticato per incanalare la protesta e non farla sfociare in rivolta. Come cinque mesi fa si è inoltre tentato di narcotizzare la rabbia rendendo noto anche, con diritti
trasformati in concessioni, la liquidazione entro luglio di premi comunitari per una trentina di milioni di euro bloccati a Roma. Fondi che tra l’altro, come ha denunciato Mauro Pili, rischiano di essere pignorati da Equitalia dopo le recenti norme di prelievo direttamente dai conti corrente di quelle aziende che a causa della crisi, non sono riuscite a pagare tasse e oneri previdenziali. Misure che non potevano bastare agli imprenditori agricoli come hanno posto l’accento ad Abbasanta i dirigenti regionali di Coldiretti (il presidente Battista Cualbu e il direttore Luca Saba), il presidente provinciale Nuoro-Ogliastra Simone Cualbu, e l’assistente ecclesiastico regionale Coldiretti don Mario Tanca che ha portato il sostegno della Chiesa sarda rappresentata per quanto riguarda la Diocesi di Nuoro da don Pietro Borrotzu, responsabile della Pastorale del lavoro e da don Totoni Cossu, assistente ecclesiale Coldiretti. Interventi poi riassunti in un documento dall’organizzazione agricola dove si ribadisce che «l’agricoltura sarda è al collasso: la remunerazione dei prodotti è ai minimi storici: il latte è a 50 centesimi, meno della metà rispetto a due anni fa quanto toccò anche 1,40 euro; il grano 18-20 euro al quintale meno di 41 anni fa quanto il cerealicoltore guadagnava 48 mila lire. Ancora: la lana valutata 20 centesimi al chilo, il settore del sughero saltato per aria con aste per l’estrazione andate deserte visto il crollo del prezzo sul mercato. Poi – ricorda sempre Coldiretti – ci sono i problemi cronici in perenne ritardo l’acqua: non si sa mai quanto e quanta se ne potrà avere e soprattutto quanto costa; la fauna selvatica che imperversa senza controllo; l’assenza di una seria e concreta politica creditizia. Per finire con le calamità naturali, gelate, nevicate e ora la straordinaria siccità «che ha già mandato in fumo il 40 per cento delle produzioni agricole».
Restano poi drammaticamente aperti fronti come quello del prezzo del latte dove anche l’Oilos – la neonata Organizzazione professionale che dovrebbe autogovernare il settore – non sembra ancora in grado di garantire quella trasparenza su dati di produzione, condizione primaria per affrontare e non subire il mercato. «Siamo sempre in mano all’industriale Pinna e al presidente del Consorzio pecorino Romano Palitta», ha tuonato a Abbasanta Battista Cualbu sottolineando che mancano i dati della produzione di formaggio dell’annata ormai in conclusione. Eppure, come ha ricordato il presidente regionale di Coldiretti chiedendo un commissario che raccolga e certifichi i dati, l’anno scorso a marzo provocarono la crisi del mercato denunciando un surplus produttivo che poi si è rilevato errato. Quest’anno, anche per le avverse condizioni metereologiche il latte lavorato in Romano dovrebbe essere diminuito ma nessuno ufficializza i numeri per tranquillizzare il mercato e far risalire il prezzo se è vero che le eccedenze potrebbero essere state riassorbite. In questo silenzio sulla reale situazione produttiva fioriscono poi le voci e le solite paure della speculazione: a quanto sarà venduto il pecorino romano che gli industriali hanno acquistato nei mesi scorsi dalle cooperative a 4,20 euro al chilo?

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