Dorgali, la paura per compagna

Spavento. A due giorni dall’attentato dinamitardo che fortunatamente non ha creato vittime tra i 64 migranti ospiti della struttura di Su Babbu Mannu a Dorgali sono ancora lo spavento e la paura a prevalere nell’animo e nelle parole di questi ragazzi. Raccontano quello che è successo, mostrano le foto e i video girati nella notte del 26 luglio scorso quando intorno alle due un ordigno realizzato con esplosivo da cava, potente e in grado di uccidere, è deflagrato davanti a uno degli ingressi laterali svegliando tutti di soprassalto e creando il panico. Tutti gli ospiti, compresi i due operatori di turno della cooperativa “The Others” che gestisce la struttura, si sono riversati all’esterno del centro passando il resto della notte e le prime ore del mattino all’aperto.

Se ancora non si conoscono le cause dell’attentato e sui giornali compaiono le prime ipotesi sul movente, tra i ragazzi si cerca di dare una spiegazione che però non arriva. Per loro il perché di questo gesto vile non ha una risposta.

Per i responsabili e i volontari della cooperativa c’è l’obbligo del silenzio, neppure gli ospiti possono essere intervistati e i loro nomi comparire sui giornali ma è comunque possibile scambiare qualche parola liberamente. Raccontano della pacifica convivenza con i dorgalesi, pure distanti quattro chilometri, della vicinanza di alcuni che ormai sono diventati amici, come i responsabili della compagnia teatrale che non hanno smesso di venire a visitarli – uno di loro, Francesco Ticca (vedi articolo in basso), ci accompagna al centro d’accoglienza – e come don Michele e diversi parrocchiani della comunità di Santa Caterina.

Cercando di lasciarsi alle spalle questo triste evento – le cui conseguenze sono ben visibili sui muri anneriti, le porte e gli infissi divelti e accatastati a lato della struttura – si prova a raccontare la quotidianità di questo posto, un ex albergo rimesso in piedi ma non certo rimesso a nuovo per ospitare i migranti secondo i dettami della Prefettura. Le strutture, se pure in buono stato, mostrano i segni del tempo.

Quello che colpisce, a pensarci, è il miracolo di tolleranza che quotidianamente qui si verifica. Sessantaquattro ragazzi, all’origine dovevano essere meno della metà, provenienti da dieci o undici diversi paesi dell’Africa, con lingue, religioni, usi e costumi differenti convivono senza che mai ci sia stato tra loro un problema serio durante la convivenza forzata. «Possiamo mandarci a quel paese giocando a pallone, ma alla fine della partita è tutto finito», dicono, lo stesso che accade nel piccolo avviene per cose più importanti, una discussione iniziata al mattino si dimentica a sera, il giorno dopo tutto è pacificato. C’è però un che di drammatico che non si riesce a comprendere se non entrando a contatto con queste persone che, si badi bene, vivono un regime di costrizione che può benissimo essere paragonato a quello di un carcere. Non sembri esagerato il paragone. Non c’è solo la convivenza di un gran numero di persone in un luogo che doveva contenerne di meno, c’è anche l’isolamento dal resto di un mondo che per quanto vicino appare lontanissimo. In quest’estate torrida gli ospiti devono fare i conti con condizioni igienico-sanitarie ai limiti del sopportabile. Chiedono qualcosa? Sì, chiedono acqua. L’acqua esce dai rubinetti per due ore al mattino e due ore la sera, è un problema lavarsi, è un problema usare i servizi igienici. «Siamo costretti a fare i nostri bisogni all’aperto – raccontano –, abbiamo denunciato questa situazione ma non è stato fatto nulla».

Il bombardamento mediatico che fa pensare di questi ragazzi il peggio possibile dà di loro un’immagine che inevitabilmente si sgretola nell’avvicinarli con umanità, non serve essere necessariamente cristiani per riconoscere in loro persone uguali e con uguali diritti rispetto ai dorgalesi, agli olianesi, ai nuoresi, ai continentali. Hanno il telefono? Certo. È curioso come arrivi a scandalizzarsi l’italiano medio – che quasi non sa più comunicare verbalmente con i suoi vicini – del fatto che un uomo in patria straniera cerchi un collegamento wifi aperto per poter comunicare con la sua casa. A conoscerli poi si può scoprire che tra loro non manca chi si vergogna di farsi vedere a Dorgali e per questo con i propri risparmi ha acquistato un piano tariffario che permette di comunicare all’estero anche senza utilizzare le reti internet libere in paese.

A parlare con loro, chi comunica in francese, chi in inglese, chi con un italiano stentato, si capisce subito che il problema della lingua è vissuto con sofferenza. «La prima cosa che vorremo è imparare l’italiano, ci sono persone qui da quasi un anno e non conoscono una parola della vostra lingua». L’esperienza teatrale è stata utile per qualcuno, altri si sono avvicinati grazie al pallone, c’è chi si allena con il Bardia, ci sono state insegnanti volontarie che hanno tenuto lezioni di italiano ma evidentemente non è bastato. Così, ad occhio, non sembra che il denaro che arriva per i ragazzi sia adeguatamente reinvestito in progetti di vera integrazione.

Vicino alla hall una porta si è trasformata in tavolo da ping pong, qualcuno gioca a carte, altri a scacchi, la tv è accesa su video musicali. Potrebbero fare di più, certo, ma non vengono, o non si vogliono creare le occasioni.

Nella serata qualcuno è stato invitato dall’associazione Intermezzo all’acquario di Cala Gonone e a uno degli appuntamenti del Festival jazz, ma non possono seguire il concerto serale, l’orario di rientro serale è stato anticipato alle dieci.

La serata di svago è attesa e vissuta con piacere e in qualcuno ha risvegliato un sorriso che si era spento. Ragazzi positivi, pieni di vita che non aspirano ad altro se non a una vita normale. Ripensano al viaggio, raccontano: «Una volta arrivati in Libia non si poteva tornare indietro, o decidi di rischiare la vita per arrivare dall’altra parte del mare o muori lì». «In nord Africa chi ha la pelle nera è visto con fastidio, gli arabi dalla pelle più chiara dicono che puzziamo, si mettono una mano davanti alla bocca e al naso quando passiamo, nei luoghi pubblici qualcuno spruzza del deodorante in aria quando ci ha vicino». «Io sono partito perchè sono cristiano, la mia religione era perseguitata ». «Ho due figli, il più piccolo non l’ho mai visto. Spero di poterli presto abbracciare».

Oltrepassato il cancello e una volta a casa una canzone di Ivano Fossati risuona in testa: «Mio fratello che guardi il mondo e il mondo non assomiglia a te… Se c’è una strada sotto il mare prima o poi ci troverà, se non c’è strada dentro al cuore degli altri, prima o poi si traccerà». Chissà.

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