Don Roberto da La Caletta, pescatore di uomini

Grande commozione domenica 17 settembre nella parrocchia della Madonna di Fatima de La Caletta per la prima Santa Messa celebrata da don Roberto Biancu, ordinato sacerdote la sera prima da monsignor Mosè Marcìa. Oltre ai saluti del sindaco di Siniscola Gianluigi Farris e dell’amministratore parrocchiale don Stefano Paba, particolarmente attesa era l’omelia di don Andrea Biancu, fratello del sacerdote novello. Omelia che pubblichiamo integralmente.

Carissimi fratelli e sorelle, carissimo fratello Roberto, ora don Roberto,

è tradizione che un confratello nel sacerdozio tenga l’omelia nel giorno della Prima Messa di un novello sacerdote e a questo compito non potevo di certo sottrarmi: oltre allo stesso sangue, da ieri condividiamo l’essere insieme ministri del sangue di Cristo, in un dono immeritato e straordinario realizzato nella nostra famiglia. Per questo è davvero singolare che sia io a parlarti, non solo come fratello, ma come confratello nell’Ordine Sacerdotale. Per non farmi tradire dall’emozione, ritengo sia necessario che legga, anche per essere più conciso ed evitare di annoiarvi. Quello che oggi dico non vuole e non può essere un trattato sulla figura e il ruolo del sacerdote, quanto piuttosto una breve comunicazione di pensieri e sentimenti che nascono dal cuore di un prete ordinato solo sei anni fa, ma che ti conosce da sempre e spero arrivino al cuore di quanti oggi sono accanto a noi per gioire e ringraziare il Signore per il dono di questa duplice chiamata. È significativo che nei racconti evangelici troviamo come primi chiamati due fratelli, e ciò in una località di pescatori vicino al mare, come La Caletta, il paese nel quale siamo cresciuti; di questo ci dà testimonianza Matteo nel suo vangelo: «Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono».

Se rileggiamo con più attenzione questo brano, che tante volte abbiamo ascoltato, notiamo che esso inizia con l’avverbio “mentre” quasi che la scelta dei primi due discepoli, futuri apostoli, sia casuale per Gesù; in realtà non è così, perché niente nella nostra vita di uomini succede per caso. Tutto ciò che ci circonda e accade, avviene solo perché Dio lo permette e nella Sua onniscienza tutto Gli è presente e tutto Dio conosce sin dall’Eternità. Pertanto, Gesù ben sapeva chi erano quegli uomini davanti a sé, quelli che sarebbero diventati i primi sacerdoti della chiesa, di cui Egli conosceva bene i cuori, con i loro talenti, i pregi e i difetti, ma senz’altro anche la loro semplicità e la fragilità. Gesù li trova intenti nel loro lavoro di pescatori, e li chiama a sé dicendo loro: Seguitemi e vi farò pescatori di uomini! Davanti alla chiamata che invita a seguirLo senza indugio, come reagiscono Pietro e Andrea? È straordinario constatare come i due fratelli, senza alcun tentennamento, quasi fossero pronti a questo passo da sempre, lasciano tutto e lo seguono. Gesù sapeva chi erano ma attendeva la loro risposta: Lui, infatti, invita con amore ma anche con convinzione: vieni e seguimi! Dopo Pietro e Andrea, Gesù chiama a sé anche Giacomo e Giovanni, i quali erano occupati col loro padre Zebedeo a sistemare le reti usate per la pesca. Anche questi due fratelli dal cuore umile, riconobbero in Gesù il Maestro e non esitarono a lasciare tutto, anche il loro padre, per seguirlo. A questo punto è necessario precisare una cosa: a qualcuno potrebbe sembrare ingiusto che Gesù disponga di lasciare gli affetti per seguirlo, che chieda a due genitori di donare i loro figli per l’annunzio del Vangelo. Noi siamo due fratelli, due soli figli maschi, e sappiamo bene che la famiglia è sempre stata la nostra radice e la nostra forza, è il tesoro più grande che un uomo possegga in terra ed è così santo questo amore e legame che Dio stesso lo ha benedetto rendendolo immagine dell’amore trinitario. Siamo riconoscenti che nella famiglia è cresciuta la nostra fede, è maturata la nostra scelta, e i nostri genitori sono stati come Zebedeo: hanno permesso e aiutato noi figli a seguire il Signore che chiamava.

(Foto Ivo Pala e Rosi Virdis)

Carissimo don Roberto, nella partecipazione della tua ordinazione hai voluto riportare il dialogo del vangelo di Giovanni: “Maestro, dove abiti? Venite e vedrete”. La risposta di Gesù ci ricorda il motto del Seminario Minore di Nuoro, dove grazie ai sacerdoti, ai compagni di studi e (quando rientravamo a casa) alla presenza preziosa dei due parroci di La Caletta don Pasquale Pedes e don Giuseppe Ruiu (che ci guarda dal cielo), siamo cresciuti nella consapevolezza della nostra vocazione. Sia a Nuoro che a Cagliari, nel Seminario Regionale, abbiamo convissuto un anno, io il quinto e tu il primo. Poi ognuno ha preso la sua strada, a partire dal 30 aprile 2011, quando venivo ordinato sacerdote in questa chiesa parrocchiale e tu eri al mio fianco. Negli ultimi tre anni hai vissuto l’esperienza di formazione presso il Seminario “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo e la Parrocchia di San Martino in Sarnico, e tutti abbiamo percepito come questo periodo sia stato per te importante e ti abbia entusiasmato e che sicuramente potrai descrivere bene al termine di questa celebrazione. Ho un ricordo, che voglio condividere con tutti voi, legato a Papa Giovanni XXIII: nel Natale del 2014 mi hai regalato un libro che contiene alcuni scritti di questo pontefice sul sacerdozio, la maggior parte tratti dalla sua autobiografia “Il Giornale dell’anima”. Così scriveva: «Attraverso l’alternarsi delle ansietà del nostro ministero pastorale ci sorregga sempre la fiducia della misericordia del Signore, che aiuterà ciascuno di noi a far bene il suo compito».

Foto Ivo Pala-Rosi Virdis

 Ricordati sempre che è il Signore a guidare la sua opera, non siamo noi i protagonisti del nostro ministero. Noi agiamo sempre in persona Christi, non solo nell’amministrare i sacramenti, ma ogni nostra azione, ogni nostra parola deve avere Cristo come modello. È Lui il modello sacerdotale al quale ispirarsi: noi, infatti, partecipiamo del Suo sacerdozio. Allora, chi è il Sacerdote? È anzitutto un uomo, come dice anche l’autore della lettera agli Ebrei: “assumptus ex hominibus, pro hominibus constitutus” (scelto tra gli uomini, costituito tale per gli uomini). Il prete è un uomo. Non è fatto, dunque, di una materia diversa: è un fratello. Egli continua a condividere la sorte dell’uomo anche dopo che la destra di Dio, attraverso la mano del vescovo, si è posata su di lui: la sorte dei deboli, di quelli che sono stanchi, degli scoraggiati, inadeguati, dei peccatori. Ma attraverso di lui ora passa la grazia di Dio, la sua misericordia, la sua carità. Te lo dico per esperienza personale:  quando il sacerdote nella liturgia dice “io ti battezzo”, “io ti assolvo dai tuoi peccati”, “questo è il mio Corpo”, pronuncia delle parole che sono sacramentali, cioè apportano ciò che proclamano, operano quello che annunziano, perché sono parole di Dio. Grazie a queste parole sacramentali, il prete è, al tempo stesso, l’uomo più privo di potenza e il più potente, poiché esse non sono assolutamente più parole sue, ma parole interamente di Cristo: egli, però, ha il diritto di dirle, di ripeterle continuamente, di dirle con pazienza e con fede, instancabilmente. Tutte le altre parole, che egli deve pur dire, nell’omelia e nell’insegnamento, non sono altro che un’eco, una spiegazione, un commento, aggiunto alle eterne parole fondamentali della sua esistenza sacerdotale, che egli pronunzia nell’amministrare i sacramenti, accompagnandole col gesto santo e utilizzando i poveri elementi della terra, che diventano strumenti della grazia divina.

Foto Ivo Pala-Rosi Virdis

Carissimo Roberto, il sacerdote è anche missionario per essenza: l’estate scorsa hai vissuto anche l’esperienza missionaria in Bolivia, che ti ha fatto percepire l’universalità della Chiesa e il cuore dell’essere sacerdote, un uomo capace di amare il Signore e i fratelli, anche i più lontani. Partecipando al Giubileo dei Sacerdoti in San Pietro, il 3 giugno dell’anno scorso, ho pregato per il tuo cammino verso il sacerdozio e durante la Messa mi hanno colpito le parole di Papa Francesco rivolte a noi consacrati: «Ul cuore del pastore di Cristo conosce solo due direzioni: il Signore e la gente. Il cuore del sacerdote è un cuore trafitto dall’amore del Signore; per questo egli non guarda più a sé stesso – non dovrebbe guardare a sé stesso – ma è rivolto a Dio e ai fratelli. Non è più “un cuore ballerino”, che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e piccole soddisfazioni. E’ invece un cuore saldo nel Signore, avvinto dallo Spirito Santo, aperto e disponibile ai fratelli». Non lasciare che il tuo cuore cambi direzione, che il ministero con le sue fatiche e le sue gioie, i suoi successi e i suoi fallimenti, cambi quest’orientamento: ne va della nostra identità e della nostra vocazione. In questa Prima Messa affida al Signore le persone che hai incontrato e che incontrerai da oggi in avanti: sperimenterai così che solo quel gregge è la vera grazia del pastore.

 Nel giorno della tua Prima Messa ricorre anche il tuo onomastico: infatti festeggiamo San Roberto Bellarmino, grande teologo e dottore della Chiesa, appartenente alla Compagnia di Gesù. Nel tuo percorso di discernimento fino all’Ordinazione è stato fondamentale il Mese Ignaziano, gli Esercizi Spirituali secondo il metodo di Sant’Ignazio di Loyola. Nella sua opera principale, “L’Elevazione della mente a Dio”, il santo cardinale gesuita raccomandava ai consacrati che disponessero il loro cuore ad ascendere verso il Signore, utilizzando le scale per salire in cielo, cioè le virtù. Così scriveva il cardinale Bellarmino: «Tutti i fedeli devono aver questa sollecitudine di cercare Dio; ma in modo speciale ne hanno il dovere i Ministri della Chiesa; infatti non possono essere utili a sé stessi ed agli altri se non hanno la cura di nutrire la propria mente coll’assidua meditazione delle cose divine». San Roberto, allora, diventi per te un modello di preghiera, che è l’anima di ogni attività: una preghiera che ascolta la Parola del Signore, che è appagata nel contemplarne la grandezza, che non si ripiega su se stessa, ma è lieta di abbandonarsi a Dio.

Infine nella tua vita sacerdotale non mancare di rivolgerti a Maria, che noi fin da piccoli abbiamo pregato con il titolo di Nostra Signora di Fatima: per te è un segno della benevolenza della Madonna l’essere stato ordinato sacerdote in questa chiesa a Lei dedicata proprio nell’anno del Centenario delle sue apparizioni ai tre pastorelli. Nel libro che mi avevi donato, si trovano parole preziose dette dal Papa Buono sull’affidamento a Maria e che volentieri ti consegno: «Vi sono circostanze in cui sembra di essere più vicini alla grotta di Betlemme, altre in cui è più evidente la sosta sul Calvario, accanto alla croce di Gesù. Ma quale ristoro, sapendo che Egli sempre ci guarda e sostiene e ci invita a starcene presso la Madre sua, a fianco del discepolo prediletto, la Chiesa. In tal modo rinfrancati, diviene più agevole il chiedere alla Madonna di intercedere per noi e per il popolo cristiano, per non sentire sminuita la forza racchiusa nel ‘fiat voluntas tua’, fondamento di ogni vero successo».

Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum: questa è stata la risposta semplice e nel contempo impegnativa di una giovane che diventava Madre di Dio. Vivi sempre il tuo fiat unito a quello di Maria, Madre dei sacerdoti. Carissimo don Roberto, concludo questa mia riflessione da fratello e da confratello sacerdote con l’augurio più bello, quello che ci ripete nostra nonna: auguri per un cammino sacerdotale di santità!

Don Andrea Biancu

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