Don Piu, un ricordo

Don PIU - Articolo L'Ortobene Nuoro

Pastore con l’odore del suo gregge

Felice di essere sacerdote. Non è cosa scontata quella che don Giuseppe Piu ha testimoniato dinanzi al mondo. Diceva anzi di non saper essere e fare altro che il prete, il segno della benedizione di Dio qui in terra. Una vocazione cui lui ha immolato tutto di sé, ha offerto se stesso quotidianamente come ostia consacrata sull’altare.
Aveva, per dirla con papa Francesco, “la puzza del suo gregge”. Le persone, le famiglie, davvero le cercava, le conosceva, si preoccupava ed occupava di loro. Nelle parrocchie in cui è stato (ne ricordo solo alcune, viceparroco a Nuoro, in Cattedrale e nella chiesa del Rosario, parroco a Lula, Gorofai, Orune ed Olzai) è stato umile tra gli umili, speranza nelle difficoltà, amico buono e fedele, carezza di Gesù per quanti incontrava.
Ha vissuto in povertà senza farsene vanto. Abitualmente faceva colazione e cena, raramente il pranzo. Preferiva camminare piuttosto che andare in auto. Credo sia stato il prete che nella sua vita abbia cambiato meno automobili. E sempre le meno appariscenti, quelle indispensabili per il servizio, le meno costose.
Pregava per davvero. A Orune, me lo sono trovato tante volte in silenziosa orazione nella chiesa della Consolata, oltreché in parrocchia. Lui amava le passeggiate giornaliere, di chilometri, con il rosario tra le mani, l’ironia e il sorriso per chi incontrava, coniugando il cielo e la terra. Di tutti aveva puntuale memoria. Conosceva le famiglie più dell’addetto all’anagrafe comunale. Ricordava i nomi uno per uno, dai più piccoli ai più grandi.
Non aspettava che fossero gli altri a chiamarlo, li precedeva nel loro bisogno. Da Orune, da Olzai, correva con la sua cinquecento all’ospedale di Nuoro per visitare i suoi malati, perché li considerava come persone della sua famiglia. A nessuno ha chiuso la porta, ha accolto tutti sostenuto da due sorelle gentilissime quanto riservate. Insomma sapeva amare, ascoltare, perdonare. Se nel mio paese qualche faida è stata evitata è anche per merito suo che sapeva parlare con la famiglia “de su mortu” e de “su mortore”.
Premuroso ed affettuoso con tutti aveva parole e gesti di conforto anche nelle vicissitudini più avverse. Ha tradotto in carne la cultura e il sapere di cui non difettava. Poteva diventare un ottimo docente di lettere ma quello che gli stava a cuore era altro: parlare di Dio da uomo ad uomo. Insomma la vocazione di uno chiamato e prescelto da Gesù. E io non mi dimenticherò mai di lui.

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