Don Piu, parroco sottotraccia

di Bachisio Porru

Don Giuseppe Piu, il sacerdote scomparso nella sua Sarule lo scorso 15 febbraio, arriva a Olzai in un momento cruciale: fine agosto 1989. Allora si andava progressivamente sgretolando, sotto i colpi decisivi del Papa venuto dall’est, il mondo disegnato a Yalta. La cortina di ferro aveva già ceduto in Polonia e, a fine anno, sarebbe caduto il muro simbolo di quei tempi tormentati, quello di Berlino. Vivevamo tutti la sensazione che un giorno si chiudesse e uno nuovo se ne aprisse. Ma non si aveva idea di quanto e come tutto sarebbe cambiato, anche perché i muri e le cortine avevano finito per riprodursi ovunque, nel mondo occidentale e nelle nostre coscienze. In quegli anni la parrocchia di Olzai era importante, animata da una vasta azione ecclesiale garantita dalle suore Vincenziane, dalle monache Benedettine Mater Unitatis di Suor Maria Giovanna Dore, dai fratelli delle Scuole Cristiane che, da metà anni ’50, avevano avviato i corsi di formazione professionale e poi un collegio-aspirantato meta di tanti ragazzi da tutto il territorio. La parrocchia era stata retta da sacerdoti di fama, uomini di azione, principi della parola: l’indimenticato predicatore don Sebastiano Capra, don Francesco Crisponi, don Giuliano Calvisi. Personaggi volitivi, proiettati all’esterno, che senza esitazione partecipavano alla vita sociale e politica della comunità pagando un prezzo ai muri di derivazione yaltiana e che si assommavano ai mali antichi delle nostre comunità.
All’arrivo di don Piu ricordo il disappunto iniziale di alcuni settori della comunità ecclesiale di fronte al nuovo parroco, distante le mille miglia, per carattere, dai suoi predecessori, con un orizzonte pastorale assolutamente nuovo per Olzai e di cui non era facile percepirne la cifra, la ricaduta. Lo stile dimesso, il gesto misurato, la saggezza ed il buon senso quasi scontati, il movimento sottotraccia nella comunità. Più che un parroco leader, guida, voce, come era stato sin lì, don Giuseppe si presentava come parroco-pastore, che seguiva tutto il gregge, in ogni momento della vita individuale, familiare, sociale. Progressivamente ci si rendeva conto che, per lui, non c’erano parti, c’era solo il gregge; e guai se non fosse stato così perché Olzai si preparava a vivere un lungo periodo di malessere, anche sociale, che avrebbe portato tanti lutti e tante sofferenze. Tra queste tensioni l’azione di don Piu è stata provvidenziale. La parola sussurrata, lieve, essenziale, sommessa, di conforto, vicinanza, solidarietà e misericordia ha contribuito a lenire tanto dolore ed a sopire rancori e spiriti di vendetta. Certo le precedenti esperienze di Lula e Orune erano state un buon viatico per il periodo olzaese. Ma anche la chiesa si impoveriva: nel settembre del 1995 le benedettine si trasferiscono a Lodine, nell’autunno del 1996, chiuso il collegioaspirantato, va via l’ultimo fratello delle Scuole Cristiane. Il Comune ha perso l’autonomia della scuola media.
Un lungo e progressivo impoverimento, il paese si trova allora riunito nella sua amministrazione civica e nella parrocchia. Ciò nonostante l’azione del parroco non tradisce alcun rallentamento, interpreta la crisi come un momento ineluttabile, certo un disegno compreso in una sua positiva logica provvidenziale. All’ottimismo e alla fiducia si ispirava il suo operare e incitava chiunque ad agire in quel senso. Per due mandati, da sindaco, ho collaborato con don Giuseppe godendo della sua incondizionata disponibilità, sempre più stupito del suo disinteressato appoggio. Oltre ad altri importanti azioni sul patrimonio di arte sacra, in quegli anni è stato concluso il bel restauro della chiesa di San Giovanni Battista, quello della chiesa e del retablo di Santa Barbara, un intervento strutturale e il restauro del retablo della chiesetta di Sant’Anastasio. A distanza di un ventennio posso rivelare di aver subìto una subdola provocazione attraverso una serie di lettere anonime legate a lavori in una struttura religiosa. La magistratura decise di intervenire immediatamente. La mia versione dei fatti poté essere presa in considerazione solo perché coincideva con quella di don Giuseppe il quale non mi fece mai cenno di un suo intervento in mio favore. Questo comportamento così discreto, leale, positivo, misurato e mai vantato ha contribuito non poco a incrinare la mia spessa corazza di agnosticismo.
Il rientro a Sarule non ha certo interrotto l’azione di don Piu verso le comunità in cui si era prodigato. Tanti continuavano a rivolgersi a lui per un consiglio, un conforto, una preghiera. In qualche modo continuava ad essere in quelle comunità, in mezzo alle pecorelle che gli erano state affidate e di cui aveva l’odore nella condivisione. Egli non aveva fretta di cogliere i frutti della sua semina. Aveva la pazienza di aspettare, conosceva il tempo di maturazione del frutto, che per lui era il tempo della Provvidenza e che non mancava mai all’ora giusta. Don Giuseppe ha continuato ad evangelizzare sino alla fine con la dirompente e silenziosa forza dell’esempio. Anche durante la malattia, con la serena accettazione del dolore, forse offrendolo per le tante situazioni che gli venivano rappresentate e che prendeva con letizia su di sé. Ne sono testimonianza le sincere manifestazioni di affetto e profonda commozione che lo hanno coralmente accompagnato nel suo ultimo viaggio terreno.

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