Dodici volte madre

Non un rimprovero ma una considerazione che scaturisce dalla saggezza dei suoi 86 anni e dall’esperienza di chi ha donato la vita a dodici figli: «Purtroppo oggi molte donne considerano e, quando non la evitano, vivono la gravidanza come una malattia». Viso dolce e comunicativo, specchio di una vita umile e serena, rughe che raccontano sacrifici e rinunce ma anche gioie e soddisfazioni, zia Peppina, all’anagrafe Giuseppina Pintus vedova Marteddu, mi accoglie sorridente e sorpresa di tanta attenzione. Sorpresa da chi considera la sua storia esemplare, da proporre alle giovani di generazioni in tempi difficili in cui si parla tanto di spopolamento, denatalità, bonus-bebé, crisi economica che impedisce la formazione di nuovi nuclei familiari. Da questa donna che lo scorso 18 maggio ha festeggiato il compleanno numero 86, arriva invece un messaggio racchiuso già nella risposta alla prima domanda: «Come mi sento? Sono cristianamente appagata. Ho dodici figli, venti nipoti e otto pronipoti».
Zia Pepi’, cosa significa essere madre di 12 figli?
«Vuol dire vivere in un perenne stato di grazia, tornando indietro se potessi rifarei tutto».
Che bambina è stata?
«Allegra, felice e molto amata. Sono nata ad Orotelli nel 1931 da genitori modesti che mi hanno insegnato la semplicità del vivere, che il pane costa fatica e la preghiera e la fede sono i veri pilastri della famiglia. La mia casa, posta nel quartiere di Putu ’e lendine aveva il suo naturale prolungamento nel vicinato, una sorta di famiglia allargata con cui si condivideva ogni cosa. Non ci mancava nulla, mio padre faceva il mezzadro, seminava il grano e coltivava la terra per dare da mangiare ai suoi cinque figli. Si recava in campagna a cavallo portandomi spesso con sé e insieme ci divertivamo a cantare e giocare. La sera in famiglia si recitava il rosario, ricordo che durante la preghiera mio padre si toglieva il berretto. Mia madre fin da piccola mi portava in chiesa, a quattro anni facevo parte dell’Azione Cattolica e a 12 insegnavo catechismo ai bambini della parrocchia».
La scuola?
«Ho frequentato solo le elementari, mi piaceva tanto ma studiare fuori paese era un privilegio per soli uomini e per ricchi. A nulla è valsa l’intercessione di maestro Zoroddu che aveva colto in me delle potenzialità, Pro issa b’este solu sa zapita comente totus, “Per lei c’è solo la la zappa, come tutte”, sentenziò categorico mio padre. Per questo ho voluto che i miei figli studiassero: cinque sono laureati, sei diplomati. Posso dire con orgoglio che nella vita si sono fatti onore».
Ricorda il giorno in cui si è sposata?
«Era settembre del 1948. Avevamo 17 anni io e 24 il mio Francesco. Indossavo l’abito da sposa di mia mamma, una gonna plissettata e un fazzoletto ricamato in testa, la chiesa ci ha accolto intima e suggestiva, davanti a noi nessun addobbo. Era festa del patrono, San Michele Arcangelo, e per questo abbiamo usufruito di due sedie con inginocchiatoio sistemate davanti all’altare e via incontro alla nuova vita. Mio marito era stato allevato dalla nonna perché rimasto orfano in tenera età, noi due siamo andati a vivere col padre e in quella nuova famiglia mi sono sentita amata e rispettata. Eravamo immensamente felici».
Moglie e subito mamma…
«A breve distanza uno dall’altro sono nati cinque maschi e sette donne, quando è arrivato l’ultimo avevo solo 40 anni. Una volta ho rischiato di partorire in treno. Ero andata a trovare mio marito ricoverato ad Ozieri e lì ho avuto le prime doglie, per il medico il parto non era imminente ma forse sollecitata dallo sballottamento del treno ho partorito appena giunta in paese. I parti avvenivano in casa con l’aiuto della levatrice ( sa mastra ’e partu), solo una volta è stato necessario l’intervento del medico per praticarmi dei punti di sutura».
Non ha mai avuto un dubbio, un pentimento, un’incertezza davanti a una nuova gravidanza?
«Diventare mamma è stata la cosa più bella, ogni figlio era un dono di cui ringraziavo il Signore. Solo una volta ho ceduto alla debolezza fisica non alla certezza della fede e mi sono chiesta “ Perché tutti a me? Perché il Signore non ha fatto felice qualche altra mamma che non riesce ad averne”? Mi trovavo in chiesa per la novena di Natale e il prete recitava la preghiera dei fedeli rivolta a tutte le mamme in attesa affinché accogliessero con gioia i loro bambini. Ero incinta di tre mesi e in quelle parole percepii un rimprovero, inginocchiata davanti all’altare chiesi perdono per aver peccato con quel pensiero».
Come ha fatto a tirare su dodici figli?
«Con la forza della fede, con l’aiuto di mia madre e delle donne del vicinato che quando non mi vedevano fuori venivano a trovarmi certe del parto avvenuto. I lavori di casa erano prerogativa di sole donne mentre gli uomini non davano mai una mano. Si usava così e nessuna donna si lamentava. Li ho allattati tutti, qualcuno l’ho tenuto al seno per 17 mesi, avevo il latte per nutrire anche bambini non miei e lo facevo con amore. Erano tutti belli e sani i miei figli… Non ho mai pensato che quello arrivato potesse essere l’ultimo. Ero forte e le gravidanze non mi pesavano, solo nell’imminenza dei parti avevo paura del dolore ma tutto passava quando stringevo il bambino appena nato».
E sua mamma? Non cercava di dissuaderla?
«No, ricordo che dopo il dodicesimo mi disse “Forse farai in tempo ad averne un altro”. Avevo solo 40 anni e l’età biologica lasciava ben sperare. Ecco, è stata lei, mamma, ad avermi trasmesso l’amore sconfinato per la vita».
A Orotelli le famiglie erano tutte così numerose?
«Non proprio, solo un’altra ne vantava tredici. In seguito una componente di quella famiglia sarebbe diventata mia nuora».
Come ha fatto a far quadrare i conti?
«Abbiamo avuto sempre il necessario. Mio marito faceva il contadino poi ha lavorato come ferroviere al casello di Orani e alla stazione di Bono dove la gente era disposta al sorriso e la comunità ecclesiale mi aveva accolto con molto affetto. A 32 anni soffriva già d’insufficienza respiratoria, l’occlusione di un’arteria non gli faceva arrivare il sangue al cuore costringendolo a lunghe assenze dal lavoro: gli veniva decurtato lo stipendio e in quel momento abbiamo faticato a mandare avanti la famiglia per cui decisi di mandare i figli a studiare in collegio ad Olzai, per fare la bidella. Avevo 44 anni».
Come è stata la sua vita lavorativa?
«Ho lavorato per 22 anni. Le prime supplenze ad Orune, Mamoiada, Nuoro ed Ottana. Viaggiavo con i pullman di linea, disagi e sacrifici enormi ma il mio stipendio ci permetteva di sostenere una famiglia così numerosa. Poi all’Agrario di Nuoro fino al pensionamento, felice di lavorare nella scuola che mi era mancata fin da piccola. Spesso studiavo coi miei figli e leggevo i loro libri. In quei momenti ritrovavo in me la bambina desiderosa di conoscenza. Certo niente lussi, pasti semplici e genuini che con abilità variavo e rendevo appetitosi».
Qualche marachella?
«Vivevamo ad Orotelli e di buon mattino mi ero recata in chiesa, lasciando due dei miei bambini addormentati. Non dovevano uscire fino al mio ritorno. Al mio rientro trovai i lettini vuoti e uno sgabello accanto all’interruttore. In preda all’ansia andai a bussare dalla mia dirimpettaia. Non c’erano! Notai un sottile filo di luce che filtrava attraverso un’altra porta socchiusa. Trovandosi da soli avevano avuto paura e si erano rifugiati da quella conoscente. Tutto rientrò dopo un salutare rimprovero».
Comunque non deve essere stato facile per esempio riunirli attorno al tavolo e metterli a letto?
«Ho faticato tanto per loro ma ne è valsa la pena. Posso dire con orgoglio di averli educati bene. Non avevano pretese, erano consapevoli delle reali possibilità e la fede e la preghiera hanno illuminato la nostra strada. Era una gioia vederli insieme a tavola e la notte quando li mettevo a letto recitavano le preghiere e cantavano prima di addormentarsi».
C’è stato qualche brutto momento nella sua vita?
«Due grandi dolori. Nel 1995 ho perso mio marito per malattia, aveva 70 anni, tre anni fa è venuta a mancare mia figlia a soli 52 anni per un male incurabile».
Come trascorre le sue giornate?
«Vado in chiesa tutti i giorni, sbrigo le faccende e giro per casa recitando il rosario».
Che idea si è fatta della famiglia di oggi.
«Le cose sono cambiate. I giovani non amano sposarsi, fanno pochi figli e le gravidanze non programmate vanno incontro all’aborto, non sempre trovano lavoro e forse hanno più esigenze. La famiglia di un tempo è un lontano e sbiadito ricordo. Considerano la gravidanza una malattia e la evitano. I parti avvengono in ospedale perdendo quel sapore d’intimità e di condivisione familiare e quasi più nessuno allatta al seno».
Cosa vorrebbe dire ai ragazzi di oggi?
«Che i figli benché costino sacrifici sono un atto d’amore, con loro e per loro la vita vale la pena di essere vissuta. Ai giovani vorrei dire ancora di rifugiarsi nella preghiera e nella fede. Si fidano troppo delle loro forze, ma senza l’aiuto di Dio non si va da nessuna parte».

Nota su Facebook del 17 agosto 2018

Vogliamo ricordare così signora Giuseppina Pintus vedova Marteddu, zia Peppina, madre del nostro collaboratore Matteo Marteddu deceduta questa mattina a Nuoro. Riproponiamo la sua bella testimonianza di vita raccolta da Lucia Becchere e la prima pagina che il settimanale le dedicò nel giugno dello scorso anno con un bel ritratto fotografico di Luigi Olla. La redazione de L’Ortobene si stringe con affetto a Matteo e ai familiari tutti. La Messa funebre domani 18 agosto alle ore 16 a Nuoro nella parrocchia di San Paolo, dopo la funzione la salma partirà per Orotelli dove sarà tumulata.

© riproduzione riservata

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