«Dio, se non lo regali, lo perdi. Ma se lo possiedi veramente, nessuno te lo può togliere»

Cari lettori, ogni anno è un piacere e una sfida pensare quale riflessione, in prossimità del
Natale, condividere con voi. Non abbiamo la presunzione di essere degli sbandieratori di verità
dogmatiche, ma consideriamo una grazia, un dono e un privilegio poterci interrogare noi prima
di tutto, per poi suscitare in voi considerazioni sul Mistero della venuta di nostro Signore.
Quest’anno abbiamo voluto deliziarvi con il Racconto di Natale del grande Dino Buzzati.
Maestro di giornalismo e scrittore di fama mondiale, non credente, ma per tutta la vita alla
ricerca di Dio. Sul suo comodino non mancavano mai gli scritti di Pascal e Sant’Agostino e
diceva «Oggi nell’uomo il desiderio di Dio si è affievolito, e ne è nato un vuoto spaventoso che
è la tragedia del mondo moderno». Vi lasciamo dunque al suo splendido racconto.

«Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un
supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una
vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste
alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo
tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una
consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli
intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il
carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante
don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio,
la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima
vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo,
né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate
ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le
stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e
salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei
confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don
Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro
che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi
pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la
sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi
così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci.
“Che quantità di Dio!” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza! Lo si
sente perfino di fuori.
Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. ”
“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua
eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E
poi io non sono mai stato monsignore.”
“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe
nemmeno!”
“Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con
un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don
Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo
spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi,
di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un
paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente.
Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese
giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non
canti.
Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati
banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava
sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un
poco di Dio.
“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”
“Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua
eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia,
non ne avete un assoluto bisogno.”
“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale.
Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”
E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi
si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino
infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio,
biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi,
ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
“Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuol prendersi un malanno con
questo freddo?”
“Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”
Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri
campi.”
“Senti” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino
le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale
decente.”
“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra
città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”
“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi
dica di sì.”
“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva,
Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un
poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva,
allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte,
risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve.
“Aspettami, o Signore” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è
Natale!”
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto
stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia.
Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete
stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il
mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era
possibile, ancora più pallido.
“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di
Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar
fuori in questa notte da lupi?”
Dio, se non lo regali, lo perdi. Ma se lo possiedi veramente, nessuno te lo può togliere».

Buon Natale.

© riproduzione riservata

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