Dio dei viventi

Ci fu il caso di sette fratelli… C’erano dunque sette fratelli. La prima lettura e il Vangelo ci fanno entrare nel vissuto di due famiglie. I protagonisti, in entrambe, sono sette fratelli e una donna: una madre nella prima, una moglie nella seconda.Le separa un arco di tempo di circa 200 anni ma, più ancora, una fede e una speranza diametralmente opposte.
Prima lettura: siamo intorno al 167 a.C., sotto il dominio greco. Israele, come tutti gli altri popoli conquistati, è costretto a sacrificare agli idoli, pena la morte. Alcuni israeliti si piegano per timore, altri rifiutano con fierezza e ne pagano caro il prezzo. È il caso esemplare di sette fratelli che, ad uno ad uno dinanzi agli occhi della loro madre (che per ultima li seguirà), professano l’incondizionata adesione al Dio dei padri, incuranti del sacrificio della vita: è preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati. La storia narrata nei due libri dei Maccabei è molto vicina al tempo di Gesù e già si respira nell’aria una certa fede nella vita oltre la morte, nella ricompensa dei giusti con una sorte beata. È il trionfo dell’uomo fedele alla legge di Dio; è il trionfo della potenza di Dio e della sua giustizia.
Più subdolo invece, ma anche facilmente smascherabile, è il racconto offerto dalla pagina evangelica. I sadducei presentano a Gesù un caso bizzarro e a dir poco inverosimile. Premessa: i sadducei rappresentano il partito conservatore, formato dalla casta sacerdotale ebraica. Conservatore, sì, e pure filoromano, giusto per non correre il rischio di detronizzazione dal potere influente su tutto il popolo: l’uomo di Dio incute timore ed è oggetto di servile devozione. Assecondare l’egida dell’occupante garantisce di poter rimanere tranquilli al proprio posto. Costoro riconoscono solamente l’autorità del Pentateuco e quindi non credono alla risurrezione (della quale si inizia a parlare in un periodo storico più vicino a Gesù).
Ed ecco il caso: per la legge del levirato, un uomo che muore senza figli può spera- in una posterità solo se il fratello sposa la cognata vedova (levir = cognato) e il primo figlio che nasce è da attribuire in realtà al defunto; è suo figlio.
Ebbene: muore il marito e poi, via via, i suoi sei fratelli, senza che alcuno di essi abbia un figlio. Alla sua morte, ammesso che vi sia davvero una risurrezione, la donna di chi dovrà ritenersi moglie? Gesù non cade nella trappola e, facendo riferimento proprio ai testi del Pentateuco da loro ritenuti gli unici sacri, smaschera l’inganno dei sadducei: Dio si presenta sempre come il Dio dei padri, persone “vive” con le quali può stipulare un’alleanza eterna. È proprio perché vivono per lui e in lui che egli, Dio, può associarli al suo nome e dunque alla sua identità. Non avrebbe infatti alcun senso un’alleanza fondata su persone che non vivono più; non potrebbe più sussistere.
La nostra condizione nella vita eterna sarà tale che saremo simili agli angeli e non si avranno più le categorie terrene, perché saremo in piena comunione con il Dio della vita.

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