Diciannove croci in dieci chilometri

Cippi in cemento, foto sbiadite, fiori appassiti, cronache di morte. L’ultima tragica pagina scritta il giorno di Natale con due fratelli di Nuoro, Matteo e Francesco Pintor, 16 e 23 anni, morti nell’auto che si è accartocciata sul guard-rail in questo tratto della Trasversale Sarda che uscendo dalla 131 subito dopo il rifornitore della “Fina”, si traduce in una scommessa con la vita già all’incrocio di Oniferi poi le curve maledette fino al bivio di Orotelli, dove alle 13 del 25 dicembre Alessandro Satta, 20 anni, ha perso il controllo della Fiesta diventata una bara per i suoi due cugini, con il terzo fratello Pintor, Giovanni, miracolosamente illeso. «Tante volte ci siamo da noi stessi cacciati in situazioni incresciose, ci siamo lasciati imprigionare con gli strumenti da noi stessi fabbricati. Ci siamo messi delle bende scure che ci impediscono di vedere o ci fanno vedere la realtà sotto colori alterati e cerchiamo subito capri espiatori negli altri», ha detto il vescovo Mosè Marcìa nella sua sofferta omelia funebre, il 27 dicembre nella chiesa del Sacro Cuore davanti a due bare collocate ai piedi dell’altare, di fronte a quel Gesù Bambino sorridente con le mani protese che accoglieva e abbracciava Matteo e Francesco.

“Bende scure” da strappare anche sul piano istituzionale perché percorrere questo tratto di strada, contare 19 croci in appena dieci chilometri, significa non solo riflettere sulle nostre responsabilità personali ma anche richiamare la denuncia inascoltata dei sindaci su questa trappola mortale dove anche una semplice distrazione o un banale guasto meccanico, può costare la vita propria e degli altri.

Poche centinaia di metri ed ecco la curva dell’ultimo Natale di sangue di Matteo e Francesco. Gli orotellesi la chiamano “de marroneddu”, ricordando la zappetta, il piccolo arnese dei contadini, che qui – uomini e donne – arrivavano a piedi dopo chilometri di sentieri, lungo le colline da coltivare nel silenzio della campagna aspra e non sempre fertile. Oggi, giorno mesto, di un grigiore sinistro di fine dicembre, sfrecciano le auto verso quel tornante maledetto e traditore. Dissuasori, messi lì, sull’asfalto bagnato, rinviano un’eco sorda, ma non dissuadono un bel niente. La strada statale 129, riportano freddi documenti ufficiali, inizia nella marina di Orosei e, dopo aver intersecato la 125 Orientale Sarda, nel centro del paese, si snoda verso l’interno dell’Isola (Barbagia), su un percorso a tratti curvilineo e impervio. Tocca città e villaggi, compresa Nuoro, e si interseca con la 131 Dcn, Diramazione centrale nuorese. Poi territori di Oniferi, Orotelli, Silanus, Bortigali, sino a Macomer. «Lunghezza 96,54 chilometri, corsie per senso di marcia n° 1, Spartitraffico: No». Burocratese scritto in rosso sangue. Prosegue per Suni e Bosa Marina, secondo quanto sancito dalla legge 17 maggio 1928 che ha inserito la vecchia carrareccia dell’Ottocento nel registro dell’Azienda autonoma statale della strada che, si legge all’articolo 1 «ha il compito di assumere la gestione delle strade statali, curandone la manutenzione ordinaria e straordinaria e provvedendo alla sistemazione di esse…». Le firme in calce non sono di anonimi funzionari: Vittorio Emanuele III, re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione; Giurati, ministro dei Lavori pubblici; Mussolini, capo del Governo e ministro dell’Interno.

Tra pochi mesi l’Anas festeggerà i 90 anni, ma nei cimiteri c’è poco da festeggiare e questo è un cimitero d’asfalto da visitare nel tempo e nello spazio, sperando di liberarci finalmente dagli “strumenti da noi stessi fabbricati” e dare così un senso a tante tragedie di cui si fa addirittura fatica a riannodare il filo della memoria.

Sono passati 25 anni: Francesco Monni esce dalla sua officina di Nuoro per testare un’auto rimessa a nuovo. Bivio per la 129, rigagnolo diventato ruscello invade la strada, sbandata, sul pilone in acciaio che regge la segnaletica, rimangono oggi vasetti e fiori incastonati nello spartitraffico. Memorie di tragedie, prima giaculatoria. Il fiume Liscoi non è lontano, nella valle che degrada dalla serra di Nuoro. Duecento metri alla cantoniera Anas di Oniferi, 21 aprile 2016, la moto di Gavino Piredda non regge la curva. Per il ragazzo rimangono fiori, sempre freschi, sulla parte alta del guard-rail. Neanche mezzo chilometro, discesa, sotto quel ponte il fiume Liscoi scorre rapido per congiungersi al Tirso. Risucchia l’auto di Francesco Bosu e Mondino Putzulu, giovani di Orotelli.

Non trovano fine le lacrime sui volti dei padri e delle madri. Tombe al bivio con la provinciale per Sa Janna Bassa. E il giovane carabiniere sul rettilineo dopo S’Ifurcau, rientrava a Bono Gianfranco Fae il 14 dicembre dell’anno scorso, dopo il servizio nella caserma del Comando provinciale, un attimo, la lama del guard-rail, ancora una volta, spezza sogni e vita. Rettilinei, curve semicurve. Nomi inchiodati sull’asfalto:Antonio Mele, Gianfranco e Tino Piga di Orotelli (1 aprile 1998), il meccanico nuorese Tino Frogheri, Cosimo Porcu.

Un altro Natale, quello del 2015, segnato da una tragedia familiare, il 22 dicembre quando nello scontro tra due auto muoiono un bimbo di 15 mesi, Davide, e la mamma, Antonella Galistu.

Ancora croci senza nome, morti senza croce. Tante, troppe, vittime da ricordare. Rientrava da Sassari, la trentenne giovane biologa algherese, intenso corso di specializzazione, correva verso la sua sede di lavoro, azienda sanitaria di Nuoro. Il suo destino si compie tra Fusones e Su Frassu, campagne di Orotelli. Tributo infinito di sangue su terre che evocano dolci colline sotto il paese, Sa Luzana, Pischina Noa, Funtana Maiore. Gianfranca Deiana, 24 anni, laurea in giurisprudenza, felice di frequentare il master in studi giuridici, dorgalese, con quella strada era in confidenza. Anche quel pomeriggio, il 26 febbraio 2017, le affidava i suoi sogni per raggiungere il suo ragazzo in un paese del Goceano, ma il rettilineo è stato breve, chiuso dalla curva di Marroneddu: sulla sinistra, nello spiazzo tutto per lei, rimangono, in un sacro altare di campagna, fiori e lampade accese. E a qualche metro, lame d’acciaio piegate, pezzi alla rinfusa della Fiesta devastata, freschissimo ricordo del Natale infranto di Matteo e Francesco.

Tornano ancora alla mente le parole di monsignor Marcìa in memoria dei fratelli Pintor: «Padre Nostro, strappaci dagli occhi quella benda che non ci permette di vedere la verità e nella verità vedere Te. Liberaci». Dal bivio della “Fina” alle campagne di Orotelli il Gps segna circa dieci chilometri. Si contano almeno 19 croci. Due vite a chilometro. Cosa deve succedere ancora per schiodare qualcuno che ha responsabilità, dopo novanta anni, dall’inerzia colpevole e dalla stucchevole ipocrisia della falsa solidarietà postuma?

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