Dibattito sulla violenza contro le donne

La violenza contro le donne è da tempo una drammatica emergenza e la Sardegna e la provincia di Nuoro non sono un’isola felice. Proprio a questo spinoso problema di cui lo scorso 14 settembre si è occupato anche il Consiglio regionale della Sardegna che, dopo il dibattito a cui ha partecipato anche il Capo della Polizia Franco Gabrielli ha approvato una specifica mozione, l’associazione culturale “Libero pensiero democratico” dedica una riflessione in un dibattito programmato per venerdì 29 settembre alle ore 18 nella sala Terfidi di piazza Italia (via Bruno Piredda). Interverranno la consigliera regionale Annamaria Busia (Cd-Campo progressista); Gesuina Cherchi, direttrice Distretto sanitario di Nuoro; Luisanna Porcu del Centro antiviolenza “Onda Rosa”; Antonella Secchi, vicepresidente della Commissione regionale Pari Opportunità e giornalista Michele Tatti, direttore de “L’Ortobene”.

Daniela Forma, consigliera regionale Pd

Il dibattito di venerdì 29 settembre sarà introdotto e coordinato dalla consigliera regionale del Pd Daniela Forma di cui pubblichiamo l’intervento pronunciato in Consiglio regionale durante la seduta del 14 settembre.

Ormai non passa giorno che non si senta parlare di violenza sulle donne e questo ci porta doverosamente a riflettere sulla visione politica, sociale e culturale che orienta le strategie che abbiamo attuato e che siamo chiamati ad attuare. Ora se il documento più importante sul tema della violenza contro le donne è la “Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne” adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1993, ritengo che la sintesi perfetta risieda nella convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica che è entrata in vigore il primo di agosto del 2014. Tale convenzione che è meglio conosciuta come “Convenzione di Istanbul” ha segnato una strada ben precisa che abbiamo iniziato a percorrere condividendo tutti, istituzioni, mondo associazionistico e professionale e soggetti privati un percorso che è politico, un percorso che è culturale e normativo, di innovazione, di civiltà, di recupero, di condivisione e di conoscenza per rimuovere non solo attraverso leggi ma soprattutto con comportamenti e con la coscienza, con una nuova coscienza collettiva, ciò che impedisce la piena cittadinanza delle donne. 

E la Convenzione di Istanbul ci fornisce non solo l’obiettivo da raggiungere ma anche le definizioni da condividere, la complessità politica e culturale da affrontare, gli spazi su cui agire e sia chiaro che non è solamente una questione di conoscenza né di consapevolezza collettiva, di valutazione dei punti di attenzione che poi ognuno e ognuna dovrà esercitare nelle proprie funzioni e attività.
Ricordiamo l’articolo 3 della Convenzione di Istanbul che dice: «Con l’espressione violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione e la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata». Quindi parliamo di violazione dei diritti umani e danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica, quindi da una parte una categoria etica e normativa dall’altra il segno multiforme di quanto sia ampio lo spazio su cui lavorare. Quindi il primo punto su cui dobbiamo lavorare per accrescere la consapevolezza diffusa senza mai dimenticare che la violenza nei confronti delle donne è una violazione dei diritti umani che dobbiamo ridurre fino ad eliminare.
E allora il raggiungimento dell’uguaglianza di genere, di fatto e di diritto, è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne ed infatti la sfida più dirompente che siglando questa convenzione abbiamo accettato è proprio quella di cambiare la società, i nostri modelli culturali, le nostre rappresentazioni, i nostri linguaggi, le nostre abitudini, le nostre leggi, il nostro modo di stare al mondo e relazionarci con le differenze di genere imparando a rispettarle e riconoscerne il valore. Questa è la sfida da vincere perché la nostra società è ancora fortemente e profondamente maschilista e discriminatoria, e questo fa male non alle donne ma a tutta la società.
Quindi dicevo società profondamente maschilista e discriminatoria… sì perché il fenomeno della violenza di genere non è altro che la manifestazione della storica differenza in termini di potere all’interno delle relazioni di genere, differenza che ha portato alla dominazione dell’uomo nei confronti della donna, è frutto dell’esigenza di affermare l’autorità maschile all’interno della coppia e nella società. Infatti nel mondo, a parità di grado di sviluppo economico dei vari Paesi, gli abusi fisici e sessuali sono più diffusi laddove le norme culturali tendono a giustificare il ricorso alla forza. E c’è anche un’altra questione: buona parte della società vede le violenze perpetrate da un partner nei confronti della propria donna o ex donna come un fatto privato, come una questione privata e non come un problema sociale e di valenza pubblica e questo è evidente soprattutto per le violenze domestiche.
Quante volte anche a noi è capitato di ripetere bonariamente il famoso detto: “Tra moglie e marito non mettere dito”? Proverbio che rispecchia chiaramente come anche nella nostra società trova riscontro una visione di questo tipo. E allora iniziamo a stravolgere le visioni culturali consolidate nel nostro Paese, nella nostra piccola realtà, iniziamo a considerare la violenza di genere come un fatto non normale, non socialmente accettabile, iniziamo a “mettere dito tra moglie e marito” perché la violenza non può mai essere considerata alla stregua di un fatto privato. Facciamo in modo che la solitudine e la vergogna non diano il colpo di grazia finale ad una donna che ha subito violenza ma che è sopravvissuta a chi voleva ribadire su di lei il proprio dominio, il proprio possesso.
Sì perché, io lo ribadisco, alla base della violenza di genere c’è quasi sempre un’atavica dinamica di potere, dove l’uomo cerca di ribadire la propria supremazia sulla donna che sfocia nell’atto violento. E allora è quanto mai opportuno interrogarci in questo luogo, che è luogo di servizio ma è anche luogo di potere, sulle dinamiche sociali del potere e sul ruolo e gli spazi di potere cui la donna può accedere nella nostra società.
E allora io concordo pienamente con il Presidente del Consiglio quando afferma che da qui dobbiamo ripartire, dal problema della sotto-rappresentatività del genere femminile in quest’Aula. Perché se è vero che oggi in Italia un terzo delle parlamentari sono donne, è anche vero che in quest’Aula, nel Parlamento dei sardi, sono solo quattro le donne su 60 Consiglieri regionali.
E se è vero che nella nostra Giunta regionale il genere femminile è ben rappresentato, domandiamoci: quante sono le donne che hanno un ruolo nelle maglie del sistema regionale? quante sono le donne negli uffici di gabinetto, nei ruoli dirigenziali? quante sono le donne nominate negli enti, nelle agenzie, nei ruoli di punta del sistema sanitario regionale?
I nostri partiti si scaldano e si attaccano per ogni nomina che viene fatta dalla Presidenza della Giunta, dalla Presidenza del Consiglio, ma chi si è mai scandalizzato? chi ha mai protestato, perché per l’ennesima volta si è comunque scelto per un ruolo di potere un uomo, piuttosto che una donna?
Allora interroghiamoci ancora oggi su quanto sia normale relegare al ruolo di potere un uomo nella nostra società sarda e quanto sia fastidioso dover necessariamente fare posto ad una donna quando questo è obbligatorio per legge. Da qui iniziamo oggi a porre in essere atti concreti di apertura nei confronti delle donne.
Cari colleghi, non abbiate paura di essere uomini coraggiosi, uomini che non vedono sminuire il proprio prestigio, il proprio potere, nel consentire alle donne di poter accedere a spazi di potere. Questa legislatura venga ricordata come quella che consentirà alle donne sarde di poter compiutamente concorrere alle scelte della nostra Regione.
Facciamo anche noi responsabilmente la nostra parte nella lotta alla discriminazione di genere che è il substrato culturale alla violenza di genere, imperante anche nella nostra società. Grazie.

Daniela Forma

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