Il dialogo interreligioso nella Chiesa cattolica e il documento sulla Fratellanza umana

Nell’ambito della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani, si è tenuta venerdì 24 gennaio nel salone della parrocchia Beata Maria Gabriella a Nuoro la conferenza dal titolo “Il dialogo interreligioso e il documento sulla fratellanza umana”. Pubblichiamo di seguito il testo predisposto dal relatore don Mario Farci, docente di Ecumenismo nella Facoltà Teologica di Cagliari.

Uno sguardo al passato
Anche chi come me non è molto ferrato negli studi storici, non può che avere presente che le relazioni tra cristiani e musulmani in Occidente sono state ambivalenti[1]: si sono succeduti periodi di relativa calma, in cui ci sono stati scambi commerciali e culturali vantaggiosi, e periodi di conflitti violenti. Emblema di questi ultimi possono essere le quattro crociate, nelle quali il motivo di liberare la Terra Santa si univa al desiderio di espansione dell’Occidente. Si tratta di eventi storici complessi, motivati non solo da fini religiosi. È altresì indubitabile che in molti luoghi ove è arrivato l’Islam, è scomparso il cristianesimo. Porto come esempio la Turchia, che ho visitato recententemente: è stata la culla del cristianesimo ma oggi è difficilissimo trovare un cristiano in tutta nazione! Senza andar troppo lontano, possiamo riferirci alla nostra bandiera sarda. La tradizione storica vuole che le quattro teste del vessillo rappresentino altrettante vittorie conseguite dai catalano-aragonesi in Spagna contro gli invasori mori (Saragozza, Valencia, Murcia e le Baleari). Per la leggenda  quattro teste di moro bendate, rappresentanti i quattro Re Saraceni sconfitti dagli aragonesi durante la Battaglia di Alcoraz(1096) avvenuta in Spagna, grazie all’intervento prodigioso di San Giorgio. Per il popolo sardo il vessillo rappresenterebbe i quattro giudicati, che tra il IX e il XV secolo governarono la Sardegna in maniera del tutto autonoma e difesero strenuamente la loro isola proprio dalle continue invasioni dei mori. Comunque si voglia interpretare: la presenza dei quattro mori testimonia una tensione con i musulmani.
I quindici secoli di relazioni tra cristiani e musulmani hanno portato però anche costruttivi scambi culturali. In matematica per esempio usiamo le cifre arabe, in astronomia usiamo tanti termini arabi (zenit, nadìr, azimut) in filosofia il pensiero di Avicenna e Averroè ha influenzato il pensiero nel nostro Medioevo, nell’arte abbiamo gli arabeschi e nell’architettura gli archi moreschi…
Dunque il passato ci consegna questa duplice memoria, fatta di conflitti e di reciproco arricchimento.

La situazione attuale e le principali tappe del dialogo islamo-cattolico
Non c’è dubbio che l’attentato alle torri Gemelle dell’11 settembre 2001 abbia sconvolto non solo il dialogo religioso tra cristianesimo e islamismo, ma gli stessi equilibri dell’intero pianeta. «Lo scontro ideologico (e non solo) del passato fra comunismo di tipo sovietico e liberalismo democratico-occidentale è stato sostituito dal presunto scontro di civiltà soprattutto fra islam e Occidente ebraico-cristiano (ma non solo)»[2]. Si è inaugurata così la fase che possiamo definire “del grande gelo”. A grandi linee infatti si possono individuare tre periodi nel dialogo tra cattolici e islam:
1.   1965 – 1984. Dal riconoscimento all’azione:
–       Il Vaticano II (di cui parlerò dopo),
–       il pontificato di Paolo VI , cui si devono i primi viaggi (19 in tutto) e i primi gesti concreti di apertura all’Islam tra cui il discorso a Kampala davanti agli esponenti del mondo musulmano nelll’Agosto del 1969;
–       la nascita della rivista Islamochristiana (1975) e del PISAI;
2.   1984 – 2001 I grandi e piccoli passi in avanti: Il pontificato di Giovanni Paolo II (che ha compiuto in tutto ben 104 viaggi apostolici in tutto il continente), con almeno 4 passaggi rilevanti nelle visite a: Casablanca 1985; Cartagine 1996; Sarajevo 1997; Damasco 2001 (tre mesi prima dell’attentato alle torri gemelle). Da ricordare inoltre che l’inizio degli incontri di preghiera ad Assisi, il primo dei quali si svolge nel 1986. Bisogna pure ricordare che in questo periodo sette monaci cistercensi del monaresto di Tibhirine in Algeria sono sequestrati e uccisi dai miliatanti del GIA (Gruppo armato islamico) nel 1996, durante la guerra civile che scongolge l’Algeria per più di 7 anni, nella quale fu ucciso anche il vescovo di Orano mons. Claverie e con lui il suo segretario musulmano Mohamed. È in quest’epoca (1979-1999) che nascono nei paesi a maggioranza musulmana alcuni gruppi di insurrezione armata che poi sfocieranno in una vera e propria organizzazione internazionale che noi conosciamo bene: al-Qa’ida, di cui l’ISIS o Daesh rappresenta una costola.
3.   2002-2019: Il Grande gelo: dall’attentato alle torri gemelle, passando per l’incidente di Benedetto XVI a Ratisbona nel settembre del 2006 con le successive polemiche sulla citazione da parte del papa di un brano del dialogo tra Manuele il Paelologo e un dotto persiano, fino al documento sulla fratellanza umana.

Il dialogo nella Chiesa cattolica
Nel cristianesimo il dialogo ha avuto subito grande fortuna, entrando da subito, come genere letterario, nella letteratura cristiana antica: si pensi a Giustino (Dialogo con Trifone), o ad Agostino, a Girolamo, ad Abelardo (Dialogo tra un filosofo giudeo e cristiano). La radici del dialogo però stanno nella rivelazione stessa: « Con questa Rivelazione infatti – afferma la costituzione conciliare Dei verbum al n. 2 –  Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé».
Nella Chiesa antica il dialogo era un mezzo per disputare con la filosofia pagana. Così la forma dialettica caratterizza successivamente la teologia scolastica. Da notare che in questo ambito nascono delle vere e proprie regole, che durante il primo Medioevo mirano ad un’organizzazione sistematica delle dispute e a garantire un ascolto reciproco. La Summa Teologica non sarebbe nata senza il dialogo critico di Tommaso d’Aquino con Avicenna e Averroé. Tuttavia con l’avvento della Riforma prevale l’intento della confutazione. A partire da questo momento la scolastica non discute con gli eretici: non si cerca la comprensione dell’altro ma vuole dimostrare il suo errore.
Perché il dialogo abbia nuovamente un’importanza centrale all’interno della Chiesa, si deve aspettare il ‘900, ed in modo particolare il pontificato di Paolo VI. Nella sua prima enciclica, la Ecclesiam suam[3]scritta nell’Agosto del 1964 in pieno svolgimento del Concilio Vaticano II, il papa indica tra gli atteggiamenti che la Chiesa deve assumere nei confronti del mondo, proprio quello del dialogo. A questo argomento è dedicata l’intera terza parte dell’enciclica, che occupa la metà del testo e costituisce l’essenza e il culmine della sua dottrina: per la prima volta si indica il dialogo tra gli atteggiamenti prioritari della Chiesa. Infatti per essere fedele al mandato affidatole da Cristo,
“la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; La Chiesa si fa colloquio”[4].
Il Concilio ecumenico Vaticano II, soprattutto nel Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio[5], in quello sulle Chiese cattoliche orientali Orientalium Ecclesiarum e nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate, apre definitivamente la strada al dialogo religioso. Particolarmente significativo per il tema che stiamo afrontando quanto affermato in NAe2:
«La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini…
Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi».
L’atteggiamento di dialogo è ribadito da diversi interventi dei papi successivi. Per brevità mi limito a quanto affermato da papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium, che è l’enciclica programmatica del suo pontificato. In essa al n. 250 si afferma:
«Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare il dialogo con i credenti delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e le difficoltà, particolarmente i fon­damentalismi da ambo le parti. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cri­stiani, come per le altre comunità religiose. Que­sto dialogo è in primo luogo una conversazione sulla vita umana o semplicemente, come propon­gono i vescovi dell’India « un’atteggiamento di apertura verso di loro, condividendo le loro gioie e le loro pene».Così impariamo ad accettare gli altri nel loro differente modo di essere, di pensa­re e di esprimersi. Con questo metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace, che dovrà diventare un criterio fonda­mentale di qualsiasi interscambio. Un dialogo in cui si cerchi la pace sociale e la giustizia è in sé stesso, al di là dell’aspetto meramente pragmati­co, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali. Gli sforzi intorno ad un tema specifico possono trasformarsi in un processo in cui, me­diante l’ascolto dell’altro, ambo le parti trovano purificazione e arricchimento. Pertanto, anche questi sforzi possono avere il significato di amo­re per la verità».
In queste parole troviamo esplicitato il fine del dialogo interreligioso, che è duplice: 1) condivisione e accettazione delle diversità 2) dovere di servire la giustizia e la pace.
Qui troviamo il fondamento di quanto avvenuto ad Abu Dhabi.

I precedenti immediati
L’incontro di Abu Dhabi è stato preparato da quattro incontri tra Papa Francesco e il Grande Imam Al-Tayyeb (Vaticano 2016, Università di Al Azhar Egitto 2017; Vaticano 2017; Vaticano 18), e seguiti da un altro incontro, svoltosi nel Novembre 2019.
Dico per inciso poi che, a seguito di questi incontri, sta per prendere vita il primo grande progetto del Comitato per la Fraternità Umana. Presso la New York Public Library è stata presentata a settembre la Casa della Famiglia Abramitica: partendo dal riconoscimento del padre comune da parte di ebrei, cristiani e musulmani, questo tributo ad Abramo vedrà l’edificazione in uno spazio comune, sull’isola di Saadiyat ad Abu Dhabi, di una chiesa, una moschea e una sinagoga.

Il documento sulla fratellanza umana[6]
Non posso in questa sede presentare tutti i contenuti del documento. Vi invito a leggerlo con calma. Mi limito ed evidenziare  7 nuclei che ritengo significativi:
a)   Sguardo sulla crisi attuale: i 2 protagonisti partono da una comune visione sulla crisi spirituale che attraversano i popoli e gli uomini del nostro tempo, evidenziando l’allontanamento dai valori religiosi, il declino culturale e morale del mondo, l’individualismo esasperato, oppressione dei poveri e degli innocenti davanti alla quale la coscienza umana è ormai anestetizzata, dilagare dell violenza…etc. Per contro si evidenziano anche i grandi progressi nel campo della scienza, tecnica, medicina, industria economia…
b)  Responsabilità delle religioni: nel quadro descritto, le religioni, attraverso la formazione della coscienza e la proposta dell’etica della solidarietà e dell’amore del prossimo, possono diffondere una mentalità favorevole alla pace.
c)   In nome di Dio e dell’uomo: il documento inizia dicendo «In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali». Questa è una vera e propria professione di fede…Ne deriva come conseguenza la fratellanza,
d)  Affermazione fondamentale: «In nome di Dio e di tutto questo…dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (n.13). Si tratta di 3 aspetti fondamentali: dialogo, collaborazione e conoscenza.
e)   Volto autentico delle religioni e condanna del terrorismo: così si arriva a presentare il volto autentico della religione e il suo valore per la vita umana. Le religioni non incitano alla guerra, all’odio e alla violenza. Per questo si condanna senza misura l’integralismo e il fondamentalismo cieco, il terrorismo in tutte le sue forme esecrabili. A proposito di quest’ultimo, con molto realismo si chiede ai finanziatori occulti di interrompere il sostegno ai movimenti terroristici. Francesco e Al-Tayeb affermano che i terroristi “strumentalizzano la religione”, diffondendo “interpretazioni errate dei testi religiosi”
f)   Civiltà dell’incontro e pluralismo culturale e religioso. Eliminando violenza, terorismo e guerra, si apre per il cristianesimo e l’islam uno spazio di incontro. L’incontro favorisce il superamento di pregiudizi e incomprensioni. Il pluralismo culturale e religioso è un fatto storico che non si può negare. Il testo si spinge oltre, fino a dire che deriva da una «sapiente volontà divina». Dio è sempre più grande della nostra idea. Nessuno deve essere perciò costretto a cambiare religione e a nessuno deve essere impedito di professarla.
g)  Diritto di cittadinanza, collaborazione per la pace e la vita, famiglia, donna, bambini: sono alcuni nuclei tematici individuati, costituiscono degli obiettivi sui quali collaborare. Ancora: impegno per i poveri, per la giustizia sociale…

Conclusione
Forse tutto questo ci sembrerà un sogno. Ricordo che pochi giorni dopo la sottoscrizione del documento, il 15 marzo scorso c’è stato l’attentato contro le moschee in Nuova Zelanda e il 21 Aprile la strage di cristiani Pasqua nelle chiese e negli alberghi dello Sri lanka. Si potrà citare il celebre detto di Tito Livio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur», cioè mentre noi stiamo qui a parlare di queste cose, i terroristi uccidono. È vero: non tutti i problemi sono risolti, anzi rimane tanto cammino da fare. Iniziative come questa cui partecipiamo stasera – raccomandate tra l’altro all’interno dello stesso documento – costituiscono dei piccoli passi per favorire il dialogo e la fratellanza umana. Per questo ho accettato volentieri di intervenire e ringrazio di cuore d. Pietro e tutti voi.
«La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere». Così ha inizio il documento di cui stiamo parlando. Papa Francesco più volte ha ripetuto che ci troviamo non tanto in un ‘epoca di cambiamenti, quanto piuttosto in un cambiamento d’epoca. Quanto avvenuto ad Abu Dhabi il 4 Febbraio scorso segna un vero cambiamento d’epoca. Ora sta a noi realizzarne il contenuto.

 

Note
[1]Cfr. D. Marafioti, “Documento sulla fratellanza umana. Una lettura ragionata”, in Rassegnadi Teologia60 (2019), 235-268.
[2]E. Pace, “Le nuove frontiere del dialogo fra cristianesimo e islam negli anni del grande gelo”, in StudiEcumenici37 (2019), n. 1-2, 50.
[3]Paulus pp. VI, Litterae Encyclicae “Ecclesiam suam” de quibus viis catholicam Ecclesiam in praesenti munus suum exsequi oporteat, 6 Augusti 1964, in AAS56 (1964), 609-659 (= ES, n.).
[4]ES, n. 38.
[5]Circa il dialogo, in questo decreto segnaliamo i nn.: 4, 9, 11, 14, 18s, 21, 23s. Il n. 9 in particolare parla di un dialogo “da pari a pari”.
[6]Cfr. Marafioti, op. cit.