Decidono i Tribunali non gli elettori

È dai primi anni Novanta del secolo scorso che i conti tra politica e magistratura italiana non tornano proprio. Supposto ci siano state epoche storiche, anche remote, ove questi due mondi abbiano servito il popolo senza scannarsi tra loro (Roma repubblicana ed imperiale insegna), vediamola da vicino questa anomalia: Bettino Craxi e tutta la classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica vennero fatti fuori con l’accusa di corruzione; Silvio Berlusconi per questioni che intrecciavano le mutande e questioni fiscali; il governo Prodi bis cadde perché un ministro di Giustizia aveva ricevuto un avviso di garanzia (con sua moglie ai domiciliari) ma si addebitò tutto alla compravendita di qualche parlamentare da parte del Maligno; Governatori regionali ed assessori di qualunque tipo hanno avuto le gambe tagliate per via giudiziaria anche quando stavano bene operando. Ora, Matteo Salvini viene incriminato di razzismo, sequestro di persona e danno erariale. Siamo trent’anni che gli avversari della sinistra vengono eliminati per via giudiziaria. Infatti, è doveroso ricordare che il PCI cadde per una storica sconfitta politica e non per sentenze togate: era accreditato di una “moralità diversa”, come gli odierni grillini.

Questa intrusione assillante della Magistratura nella sfera politica a chi ha giovato? Non certo alla sinistra. E neanche a quella destra che lanciava monetine contro Craxi. Il connubio incestuoso ha avvelenato i pozzi e sgangherato il sistema-Italia.Ma è soprattutto la sinistra ad uscirne punita dopo 25 anni di iniziative giudiziarie contro i suoi avversari di turno. Occhetto era convinto di avere in mano la corona di alloro con la sua “vittoriosa macchina da guerra” dopo che la Dc, per via giudiziaria, era stata eliminata come partito. Tutti ricordano come andò a finire.
L’attuale governo va battuto per via politica e non giudiziaria. Altrimenti si verranno a creare altri miti ed eroi che, seppure disarcionati, continueranno a condizionale gli umori dell’elettorato. Soprattutto, la politica non può continuare a vedere nella magistratura un indiretto braccio armato per regolare i suoi conti. Un avviso di garanzia lo si ritiene “giusto” se azzoppa o disarciona i nemici e ingiusto se colpisce gli amici di partito. Questo è il modo eclatante con cui la politica riconosce di essere subalterna non alla legge ma alla magistratura.
Il vizio è nel manico, ossia nel sistema. Per correggere alcune di queste storture sono necessarie delle riforme a lungo invocate e mai realizzate. Ad esempio: separare carriere, percorsi, uffici e status tra magistratura giudicante e quella inquirente; non consentire il ritorno nella magistratura di chi sceglie l’avventura politica; chiudere l’iter giudiziario per chi è assolto in primo grado e non vi siano novità processuali eclatanti.
Il fatto è che, ovviamente “per caso”, tutte le volte si mette mano a queste cose cade il governo ed inizia un nuovo giro di giostra con medesimo capolinea.

© riproduzione riservata