“De profundis” e morte della Patria

L’attualità dell’opera meno conosciuta di Salvatore Satta

 

“De profundis” è l’incipit del Salmo 129: De profundis clamavi ad te, Domine. Uno dei salmi più conosciuti, anche perché utilizzato nella liturgia dei defunti e forse per questo ritenuto generalmente una preghiera solo di dolore e di lutto. Mentre, a leggerlo per intero. anche se si apre con un lamento lacerante (ho chiamato dall’abisso), il grido exaudi vocem meam! si sviluppa poi in canto di speranza e di misericordia da parte di Dio: «Spera, l’anima mia, più che le sentinelle l’aurora».
Non a caso questo salmo è inserito nella liturgia cattolica vespertina del giorno di Natale e in quella di tutta l’ottava di Natale e poi in momenti gioiosi come quelli che seguono la Pasqua.
L’utilizzo fatto da Salvatore Satta non smentisce sostanzialmente questo duplice significato (dolore e speranza), anche se con lo scorrere delle pagine il pessimismo sembra pesantemente prevalere.
Gli uomini violenti armati di scure e di sega che con la loro violenza dominano la chiusura del libro ne danno la tragica densità. «Taglierete solo gli alberi vecchi?», domanda Satta timidamente. «Non lasceremo neanche una radice», gli risponde Brighella. Ed io ho capito che con la stessa sem- plicità di spirito avrebbe vibrato, ieri o domani, contro di me la sua scure.
Una cupa e minacciosa lamentazione, quindi, intrisa di amarezza che a chi ama i classici fa venire in mente tanti precedenti. Non solo il Guicciardini dell’uomo liquido che si adatta ad ogni recipiente; ma Agostino, Leopardi, Manzoni… Personalmente a tratti nel tono vi ho sentito l’acutezza e la tagliente ironia di Erasmo da Rotterdam, non tanto l’Erasmo dell’Elogio della pazzia, quanto quello del Lamento della pace e soprattutto del Dulce bellum inexpertis (Dolce è la guerra per chi non l’ha provata), un eccezionale saggio che amavo commentare a scuola con gli allievi.
Uno scritto tormentato il De profundis, contrariamente al currenti calamo solito di Satta. Nel Giorno del Giudizio: quattro capitoli in un mese, con rarissime correzioni, Qui: un incespicare insoddisfatto, quasi doloroso, zeppo di correzioni e di cancellature, come una via crucis del pensiero.
La tragedia del Dopoguerra La visione sattiana sullo stato dell’Italia, dopo l’8 settembre del 1943, culmina con la tragedia della “morte della patria”. Tragedia solenne come la morte stessa: l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita di un individuo.
Tema questo diventato centrale nel dibattito storiografico degli ultimi trent’anni. Soprattutto dopo lo studio coraggioso e documentato di Ernesto Galli Della Loggia, La morte della Patria del 1996. Meno dibattuto il ruolo che in questa morte ha ricoperto “l’uomo tradizionale” (l’altro nodo del De profundis), visto da Satta come vera causa della debolezza e del tracollo dell’idea di patria. Tale accusa, anzi, è diventata tabù, una vera damnatio memoriae. Troppi personaggi di spicco della prima Repubblica vi si sarebbero scandalosamente ritrovati coinvolti. E Satta stesso (nella Introduzione a Soliloqui e colloqui) ha confessato di dovervisi in parte riconoscere.
Tante Italie
L’espressione “morte della patria” indica il carico del pessimismo che gli valse sostanzialmente il rifiuto della pubblicazione del De profundis da parte di Einaudi nel 1946.
Va sottolineata con chiarezza, l’ottica riduttiva ristretta al periodo della dittatura fascista con cui Massimo Milia, per l’editore, gli giustifica il rifiuto (la lettera del diniego ha la sua firma).
Satta intendeva morte della patria fascista? Milia sembra limitare il De profundis a questa.
Ma Satta, ben letto, pur partendo dalla piaga del presente sembra volare ben più in alto. Si appoggia su tale periodo, ma lo trascende. Percorre la storia.
Il pessimismo di Satta – e Milia lo avrebbe dovuto notare – ha radici ben più profonde e lontane.
In quel periodo non c’erano solo due Italie contrapposte. Autorevoli storici documentano varie Italie. Non solo le tre Italie tratteggiate da Gianni Oliva, (rottura, continuità e zona grigia), più Italie ancora. Se ci mettiamo a contare le sfumature del “grigio” (da quelle tendenti al nero da un lato e al rosso dall’altro, e con quelle quasi incolori striate di bianco al centro) le Italie sono veramente tante, variegate e sconcertanti. Al punto che qualcuno si chiede se l’8 settembre sia da considerarsi la causa o solo la rivelazione, come attraverso una cartina di tornasole, di un male latente, esistente ab origine, talmente profondo da doversi considerare strutturale.
Superando la volenterosa retorica risorgimentale, non pochi storici dubitano che l’Italia come “patria unita” sia mai nata. Tante patrie, mai unite. D’Azeglio lo aveva ben enunciato: «Ora bisogna fare gli italiani». Lo stesso Benedetto Croce scriveva ad un amico che l’8 settembre aveva smascherato il bluff (dell’Unità).
Perché la patria è di più di una unità amministrativa, di più che un Governo, di più del disegno dei confini. Non coincide necessariamente con lo Stato: ci sono infatti stati con più patrie e stati senza patria, come esistono patrie senza stato.
Patria ha la radice etimologica in pater, ma il significato intimo che racchiude ha a che fare anche con mater; potremmo chiamarla anche Matria. Contiene i valori più morbidi che rendono unito e unico un popolo, la identità che lo fa solidale e sicuro. Contiene il diritto e il sentimento che cementano e proteggono un popolo.
“Rosso e grigio” dopo l’8 settembre Bene, dov’era la Patria a seguito dell’8 settembre del 1943?
Salvatore Satta non è il solo in quegli anni a parlare di morte della patria. Emblematico, un prezioso libriccino di riflessioni, dove il concetto è dominante, riflessioni scritte negli stessi anni in cui scrive Satta. Intendo Rosso e grigio di Andrea Damiano. Poco conosciuto il libro e poco conosciuto l’autore, ma persona colta, apprezzato traduttore di classici dall’inglese (da Shakespeare a Chesterton), vicino a Gobetti e per anni caporedattore al “Corriere della sera”, che lascia dopo l’8 settembre, ritirandosi in clandestinità, dopo essersi rifiutato di collaborare con la RSI.
Un Diario che va dal 1942 a 1945. Dichiaratamente antifascista, Damiano provava dolente rimpianto (lui che aveva lottato nella Grande Guerra da Ufficiale di Artiglieria di montagna) per la propria inattitudine alla militanza violenta (aveva un male incurabile) e volle che il libro uscisse apparentemente postumo nel ’47 (fingendo di affidarlo ad un amico per la pubblicazione, lui morì realmente nel 1963).
Come Satta, Damiano era preoccupato soprattutto della china irreversibile che l’Italia aveva imboccato con la guerra fascista, diretta verso una fine indecorosa, verso il declino morale, politico e storico dell’Italia.
Senza conoscersi e senza comunicare fra loro, la visione e lo sconforto sono gli stessi.
Riporto poche righe dal diario dell’8 settembre: «Armistizio, la guerra è finita! … Chi giubila è l’uomo dei campi. Mentre scrivo giungono dal paese echi di canti; sono tutti all’osteria. Il popolino è felice, noi no. Perché? Non volevamo la pace anche noi? Ma ancora la plebe non ha la coscienza dell’abisso nel quale siamo precipitati. O forse ce l’ha fin troppo, ma non gliene importa. Pace, tutti a casa, ciucche la domenica e regni chi vuole». E più avanti chiude la giornata dell’8 settembre in modo agghiacciante. «Notte calma. Poc’anzi sono uscito all’aia e ho guardato il cielo, vuoto sotto le stelle. Non più rombi di apparecchi incursori. Attorno al cadavere della patria è un gran silenzio”.
Le ultime note datano: “Bordighera, mese di ottobre”.
L’Italia è molto più inconsistente di quanto immaginino i politici, e insieme, molto più vasta. Essa ha la potenza delle sue decrepitudini. Madre e nutrice dell’Europa, come nazione ha contorni difficili e indistinti. Talora mi sembra costretta in un suo primato di natura, come dire?, generativo. Come nazione non lega bene, non ha ancora per questo né il cemento morale, né sufficienti presupposti tradizionali.
L’italiano ha una patria difficile. Tutta la nostra maggior letteratura civile e patriottica non è invocazione, lamento? Indistinta, per lo meno, è per l’italiano, la sua grandiosa e miserabile patria.
Ho sempre vissuto coi sentimenti: mea maxima culpa. (1. Continua)

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