Dalla “Protezione” alla “Prevenzione” civile

La siccità ha costretto la Regione ad anticipare la campagna antincendi. Il piano 2017 predisposto dalla Regione prevede l’impiego di oltre diecimila persone (Protezione civile, Corpo forestale, Agenzia Forestas, Compagnie barracellari e Volontari di 171 organizzazioni iscritte al registro regionale), 12 elicotteri dislocati nelle basi territoriali, tre aerei Canadair della flotta statale di stanza ad Olbia, 1.200 mezzi a terra. Un’impostazione emergenziale che non affronta la vera questione: il governo del bosco e delle campagne in generale recuperando le pratiche tradizionali di chi vive e lavora in campagna che, paradossalmente considerava il fuoco come un amico. Un ragionamento che da anni vede impegnato Giuseppe Mariano Delogu, nuorese, già comandante del Corpo forestale regionale, e autore del libro “Dalla parte del fuoco. Ovvero il paradosso di Bambi” (edizioni Maestrale), autore dell’intervento pubblicato in questa pagina.

Quando il fuoco era un amico

di Giuseppe Mariano Delogu

La “modernità” o l’impianto coloniale nella formazione degli stati moderni ha causato tra le altre cose (l’annientamento della lingua nativa, per esempio) la perdita delle abilità antiche, quei “saperi sulla natura” confiscati dagli specialisti dell’ambiente che hanno generato mostri.
I mostri di oggi sono gli incendi “di nuova generazione” che il mondo occidentale, quello più potente e con le migliori tecnologie, non riesce ad affrontare senza sostanziose perdite e lutti: incendi convettivi, a rapida espansione, con rilascio di energie enormi che impediscono l’attacco e minacciano gli insediamenti umani. Il maneggio del fuoco invece appartiene a quei “saperi ecologici locali” ( traditional ecological knowledge, TEK) che dai primi anni del secolo scorso sono stati trasformati in usi criminali e illegali. L’antropologa Nadine Ribet, dell’Università de La Sorbonne a Parigi ha analizzato per anni l’uso tradizionale del fuoco con il progetto Fire Paradox. La studiosa transalpina che anche in Sardegna ha intervistato molti operatori delle campagne, ha utilizzato il concetto della metis degli antichi greci: « Una forma di intelligenza e di pensiero, un modo di conoscere; essa implica un insieme complesso ma molto coerente di attitudini mentali, di comportamenti intellettuali che combinano (…) la sagacità, la previsione, la flessibilità di spirito, la finta, l’intraprendenza, l’attenzione vigile, il senso di opportunità, le abilità diverse, una esperienza a lungo appresa; si applica a realtà fugaci, mobili, sconcertanti e ambigue, che non si prestano né alla misura, né al calcolo esatto, né al ragionamento rigoroso” (M. Detienne, J. P. Vernant, “Les ruses et l’intelligence: la mètis des grecs”).
Chi usava il fuoco applicava quelle conoscenze, utilizzando con efficacia anche “l’economia degli oggetti” (un solo rastrello che trasporta paglia infiammata), “l’economia d’acqua” (le fiamme ben regolate si spengono da sole), “l’economia di forze” (postura e tecnica di accensione senza apparenti sforzi); persino “la disobbedienza orientata” (la sfida tra la loro esperienza e le prescrizioni delle autorità, condotta spesso in modo collettivo, però sempre responsabilmente).
Le stesse autorità attingevano a larghe mani da quelle conoscenze, ad esempio nell’uso del controfuoco come tecnica unica adottata dai forestali prima dell’avvento delle autobotti e dei mezzi aerei.
Questi saperi popolari, metodi di contrasto nati dall’esperienza diretta di chi vive e lavora in campagna, sono andati (in parte) perduti. La storia viene da lontano e più precisamente dal “Codice Colbert” francese che ha innovato a fine ’600 la visione fisiocratica della gestione delle foreste e ha introdotto il divieto assoluto di uso del fuoco prima nelle foreste e poi estendendolo a tutti gli ambienti rurali.
Quando negli Stati Uniti venne istituito il Yellowstone Park la sua gestione venne affidata all’esercito e le politiche forestali consistevano essenzialmente nel controllo militare degli incendi. I primi tecnici forestali americani – formati dall’esercito a West Point – seguivano le lezioni di selvicoltura all’Università di Nancy in Francia, dove l’idea del fuoco-nemico era sistematicamente teorizzata e praticata. Come i tecnici statunitensi anche quelli sabaudi e italiani post-unitari subirono l’influenza delle teorie “contro il fuoco” seguite dai cugini transalpini. Detto questo è più facile comprendere come in Sardegna – così come nelle praterie e nei boschi aperti delle Montagne rocciose, o in Australia nelle savane, per millenni usati e plasmati dal fuoco dei nativi – una pratica antica proprio come il “contro fuoco” divenne illegale o a mala pena tollerata.
Le normative forestali nella nostra Isola furono, infatti, da subito orientate a escludere il fuoco, pratica “ retrogada” e arcaica, dall’equilibrio storico delle campagne, in cui conoscenze empiriche e abilità sperimentate e trasmesse da padre a figlio servivano a realizzare un’efficiente gestione dei combustibili lungo il ciclo coltura cerealicola- pascolo- fuoco-aratura, soprattutto nelle terre comunali come ben racconta Benedetto Meloni nel suo “Famiglie di pastori: continuità e mutamenti in una comunità della Sardegna Centrale 1950-1970, Torino, 1984). Quegli usi rendevano ecologicamente compatibile la presenza umana con la conservazione di foreste adattate al passaggio periodico e a bassa energia del fuoco colturale o generato da fulmini.
Per tutto il “secolo breve” la parola d’ordine è stata tolleranza zero, confondendo ambiguamente i due concetti fuoco- incendio come un tutt’uno.
Il mondo occidentale ha assunto il metodo francese passando però dall’esperienza e modello tecnologico americano, soprattutto nel secondo dopoguerra. L’idea perversa che solo con la potenza degli aerei e delle macchine belliche si potesse sconfiggere un nuovo nemico che non si conosce era destinata a diffondersi ma anche a dimostrarsi inefficace.
Oggi dopo un secolo di esclusione del fuoco dalla gestione delle foreste americane, australiane e europee, i boschi sono diventati differenti da quello che erano stati per migliaia di anni: per usare un termine tecnico ma efficace, sono poco resilienti, cioè non in grado di sopportare gli stress dovuti a nuovi regimi di fuoco e ai nuovi tipi di incendi.
I regimi e le pratiche agrarie del passato prevedevano una ricorrenza periodica di fuoco a bassa intensità che bruciava solo erbe e pochi arbusti, consumati dal pascolo dopo le colture agrarie, spesso erano fuochi di transumanza, gli spagnoli interpretano la parola tras-humancia come dopo il fumo, cioè il ritorno degli animali pascolanti su un terreno abbruciato.
Così nei nostri tempi i nuovi regimi di fuoco si caratterizzano per interessare terreni abbandonati, ricchi di macchia o specie invasive, densissimi e carichi di combustibile disponibile nella stagione estiva. Prima i fuochi erano autunnali, oggi sono soprattutto estivi e del momento di massima secchezza.
La conclusione di questo mio ragionamento permette di dire che gli incendi di “nuova generazione” si sarebbero dovuti spegnere 40 anni fa. E sono ancora oggi da spegnere con azioni concrete di rimozione del combustibile, di utilizzo anche economico del legname, della legna da ardere. La gestione economica e redditizia del bosco lo protegge meglio dagli incendi dannosi. Nulla di tutto questo viene fatto. Con molta insoddisfazione vedo che oggi è giunta all’apice istituzionale dello Stato italiano (e dunque anche in Sardegna) la separazione della gestione degli incendi dalla gestione forestale, così come è già successo in Portogallo e in Grecia. Lo scioglimento del Corpo forestale dello Stato e l’assorbimento sostanziale nei Carabinieri e il passaggio di competenze – solo teoricamente però – ai Vigili del Fuoco sostanzializza la decisione di privilegiare la soluzione dell’emergenza a quella della prevenzione. Un’idea che nasce già con la Legge quadro sugli incendi boschivi, la 353/2000, che ha di fatto separato le politiche forestali, anche di prevenzione, dalla lotta agli incendi trasformata esclusivamente in un problema di protezione civile.
Questa visione emergenziale rappresentata dalla “rassicurante” presenza di elicotteri e Canadair nei nostri cieli indica che si continua a confondere le cose pensando che la tecnologia risolva un problema legato soprattutto all’abbandono delle campagne e all’accumulo di combustibili. Con la legge regionale numero 8 del 2016 (la cosiddetta Legge forestale sarda) si è persa un’occasione di trattare con ampio respiro l’argomento, introducendo solo sanzioni peraltro confuse.
La selvicoltura preventiva, cioè quella forma di governo dei boschi che prevede graduali e costanti modalità di riduzione nell’accumulo di combustibile, soprattutto nelle aree fire-prone cioè esposte agli incendi, pare non avere spazio in Sardegna dove la sola preoccupazione sembra essere quella di rispondere ad una idea di intoccabilità paesaggistica e formale, incompatibile con un corpo vivente qual è il bosco.
La pianificazione antincendi risponde solo ai modelli emergenziali ideati da Bertolaso nel 2007 dopo i morti di Peschici, ma non è in grado di incidere in nulla sulla reale rimozione del pericolo, limitandosi a formali assunzioni di responsabilità (quando ci sono) per le evacuazioni ed il soccorso alle persone. Ma è già tardi. Ci ritroviamo, infatti, già a combattere incendi di quarta e quinta generazione, simultanei e di chioma che colpiscono le aree urbanizzate con enormi energie e rilascio di calore cui le timidissime prescrizioni antincendi, peraltro poco rispettate, non riescono a costituire un baluardo efficace.
Il mondo intero s’interroga sul cambio di paradigma: dall’esclusione al coesistere col fuoco. L’esperienza in Sardegna ha visto nel 2008 l’originale nascita del gruppo Mastros de fogu (Gruppo di analisi e uso del fuoco) nel Corpo forestale e di vigilanza ambientale regionale, specialista nell’uso delle fiamme durante la lotta (controfuoco) e nella prevenzione (fuoco prescritto). Ora sono attivi (unici nel panorama italiano) sette gruppi in Sardegna: uomini e donne formati nell’analisi dell’incendio, nell’ausilio alle strategie di lotta e nelle decisioni di attacco. La loro esperienza è utilissima nella prevenzione ma, inspiegabilmente, da alcuni anni è scomparsa dalla pianificazione antincendio la possibilità per il Corpo forestale regionale di progettare, realizzare e controllare il fuoco prescritto, come strumento scientifico di riduzione dei combustibili nel bosco e conseguentemente di diminuire il pericolo di un incendio fuori controllo.
Limitare questa professionalità preziosissima al solo momento dell’attacco all’incendio è un errore imperdonabile. È quindi necessaria una rapida inversione di tendenza, passando finalmente da una idea emergenziale di “Protezione Civile” ad una innovativa idea di “Prevenzione Civile”. Nel nostro piccolo anche per noi ragionare su queste cose può essere un contributo a una visione non dipendente da modelli esterni e dominanti che peraltro si stanno dimostrando inefficaci.

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