Cristo re di Amore

Parlare di regno e di regalità suona oggi alle nostre orecchie un po’ ostico, data la diversità del contesto storico in cui viviamo, tuttavia dobbiamo cercare il significato spirituale profondo di questa solennità che, al termine dell’anno liturgico, la Chiesa ci dona: “Cristo Re dell’universo”! Cosa vuol farci meditare la Chiesa attraverso le letture che propone alla nostra attenzione? Da esse emerge la figura di Gesù, pastore, giudice e re dell’universo. L’antifona iniziale della celebrazione parla di Gesù, Agnello immolato, degno di ricevere potenza, sapienza, forza, onore e gloria. E questo ci riporta subito alla contemplazione di Gesù, crocifisso, morto e risorto.
Egli con la sua Croce ci ha conquistato la libertà di essere figli di Dio e non più schiavi del peccato. Essere suoi discepoli ci rende sempre più liberi di amare Dio come Padre, ed i nostri fratelli e sorelle adoperandoci per aiutarli a conseguire la pienezza della loro umanità sull’esempio di Cristo.
La prima lettura ci indica la metodologia per comprendere questa esemplarità di Gesù. Ezechiele ci propone una immagine completa ed elaborata di Dio come pastore del suo popolo. Israele è stato disperso in terra straniera e Gerusalemme devastata, ma il Profeta ne annuncia la ricostruzione da parte di Dio stesso. Non ci sono intermediari, è Dio stesso ad esercitare le funzioni regali.
Nell’oriente antico, il re era guida politica e militare, fonte di vita e di fecondità. Così sarà Dio, pastore d’Israele. Dopo aver radunato le sue pecore, le passerà in rassegna, le porterà al pascolo e le farà riposare. Il riposo è simbolo della meta raggiunta e del benessere che ne consegue, e Dio stesso si prenderà cura, con tenerezza materna, di tutti i suoi figli, guidandoli con giustizia. L’ultima divina giustizia, poi, sarà la vittoria sulla morte ed il ritornello del Salmo responsoriale ci ricorda che il Signore ci conduce nel regno della vita. Dall’uomo, infatti, è venuta solo la morte, da Cristo figlio, invece, verrà una vittoria sulla morte che le forze umane non potevano sperare, poiché ogni salvezza proviene gratuitamente solo da Dio.
Cristo è re perché introduce nel nostro mondo la reale presenza di Dio e compie un rinnovamento totale della condizione umana, rendendoci in Lui, figli. Paolo, perciò, audacemente afferma: Dio sarà tutto in tutti! Dio si fa pastore di ogni uomo, e in Gesù si identifica in ciascuna creatura umana, soprattutto con i più piccoli e poveri. Ciò appare chiaro nella grandiosa scena del giudizio universale che Gesù ci presenta nel Vangelo, anche se, a ben guardare, esso è universale solo nella misura in cui è un esigente e intimo giudizio personale. Quando Gesù ritornerà nella sua gloria, non farà altro che rivelare a ciascuno di noi il valore della propria umanità, che si evincerà dalla capacità avuta di stare accanto agli altri, soprattutto ai più piccoli e poveri, lasciandoci interpellare dai loro bisogni e farcene carico.
Celebrare il mistero della regalità di Cristo ci porta a fare il punto sulla nostra capacità e libertà di amare, di essere piccoli ed umili di cuore e di avere occhi per vedere e soccorrere quanti hanno bisogno del nostro aiuto. Gesù è re dell’universo perché, per amore, si è fatto per noi e con noi piccolo e povero, tanto da essere assolutamente libero per accogliere la volontà del Padre fino all’annientamento della Croce e, in un’obbedienza sofferta e totale, operare la nostra salvezza. Coloro che si salvano sono sorpresi nel vedersi riconosciuto un amore fattivo per Cristo di cui non erano consapevoli e scoprono, così, che Gesù si è identificato con tutti i più piccoli e poveri dei fratelli e delle sorelle in umanità. Vengono salvati non per i loro supposti meriti, ma dall’amore di Cristo. Dio è Amore e la salvezza è per tutti un dono gratuito.
Concludendo, vediamo che Gesù ha esercitato la sua regalità spendendosi nel servizio verso gli ultimi nei quali si è identificato, in una libera ed amorosa obbedienza che ha saputo passare attraverso l’umiliazione e l’annientamento portando frutti di redenzione e di grazia. Se sapremo operare sul suo esempio, saremo capaci d’avere occhi e cuore per servire quanti sono nel bisogno. Questo amore non si esaurisce nel presente ma lo trascende, proiettandosi nell’eternità, e si sentirà dire da Cristo giudice e re: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato pervoi».

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