Anche con i numeri Conte resta comunque in bilico

Mentre andiamo in stampa non è per nulla chiaro il destino del governo Conte-bis. Pare che tutto dipenderà dai cosiddetti “responsabili”, “costruttori”, “traghettatori”, “volenterosi”, neologismi che nobilitano quelli che la sinistra e i Cinquestelle fino ad ieri definivano “traditori”, “venduti”, “impresentabili”.
Cambiano le stagioni del potere e con esse anche il linguaggio. In tanta confusione, una cosa pare essere certa: non ci saranno elezioni anticipate. Non perché non si possano fare o siano evento assurdo: più semplicemente perché i parlamentari sono diventati patelle attaccate allo scoglio. Con il taglio dei posti nella Camera e nel Senato, due terzi degli attuali rappresentanti del popolo sa di non poter tornare sulla poltrona occupata oggi.
E i partiti al governo sanno che le urne sarebbero per loro ferali.
La politica è l’arte del possibile e anche del compromesso impossibile ma i nodi, prima o poi, arrivano al pettine. Le ultime elezioni politiche sono state vinte nettamente dalla coalizione di centrodestra. Uno schieramento non certo ben assortito, tanto che due nemici mortali (Lega e M5s) hanno dato vita al primo governo Conte. Il Pd, perdente fisso delle ultime consultazioni nazionali, si è assiso nel Contebis, come fosse un vincitore, con a contorno alcune sigle elettoralmente fallite. In entrambi i casi metà degli elettori italiani era fuori dalla stanza dei bottoni. Da un anno a questa parte, ossia per tutto il periodo della pandemia, a dire il vero, lo stesso Parlamento è stato ridotto a tappezzeria. Si è andati avanti, in piena emergenza sanitaria ed economica, con decreticontiani concertati, nel migliore dei casi, contecnici di conclamata onniscienza. Con misurerestrittive anti-contagio, decise dal governo, lente, farraginose e inefficaci che la gente esasperata osserva sempre meno. E l’attuale crisi di governo? Non c’entra niente. Non è una crisi di governo ma di nervi. Renzi, nelle
sue ragioni di oggi, è smentito da quanto fatto un anno e mezzo fa. Fu lui a mettere in pista il bis-Conte per evitare le urne e farsi poi il suo partito.
Quando si fanno i governi contro qualcuno sifinisce per fare i conti con il fuoco amico.
Comunque sia non sarà la politica a vincere ma un connubio inconfessabile di interessi di casta. In un contesto del genere non meraviglia se l’ultimo premier eletto tramite le urne sia Silvio Berlusconi, se dal 2011 si sono susseguiti governi “tecnici”, se Conte è premier con due maggioranze diverse delle quali la seconda boccia quanto approvato dalla prima e magari la terza le smentisce entrambe. D’altronde Conte si definiva orgogliosamente “populista” quando governava con Salvini mentre ora sostiene l’opposto. Un vero miracolo dello storico trasformismo italiano. Infatti non si era mai visto un presidente del Consiglio dei Ministri restare di seguito in sella con maggioranze variate se non anche avariate.
Nelle sue comunicazioni alla Camera dei Deputati sulla crisi di governo, Conte ha proposto ai volenterosi tre pietanze: il ministero dell’Agricoltura, la delega ai servizi segreti (uno dei fronti di scontro più duri), ed infine una riforma elettorale proporzionale, «quanto più possibile condivisa, che possa coniugare le ragioni del pluralismo con l’esigenza di assicurare stabilità al sistema politico». Parole, queste, rivolte soprattutto ai partiti centristi come l’UDC, che potrebbero essere fondamentali per il futuro politico dell’Avvocato del popolo. Ne riparleremo.

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