Cosa resta della sanità nuorese

Tocca al nuovo direttore della Assl Andrea Marras, affrontare le questioni aperte dopo la morte del Progetto di finanza ( Project financing) della sanità nuorese. Nel deserto dei cantieri sospesi attendono risposte i cittadini, penalizzati anche da liste d’attesa infinite, e i lavoratori costretti a operare in emergenza data la carenza di organico che colpisce quasi tutti i reparti. Tutto, in un modo o nell’altro, ricade sulla qualità del servizio reso ai pazienti. Una struttura migliore rende tale anche il livello delle prestazioni. Ma non basta. Il dopo project ha un’altra faccia, viene in mente il titolo di un capolavoro della musica, The dark side of the moon (il lato oscuro della luna ndr) album dei Pink Floyd, con la sua celebre copertina: il lato oscuro della sanità nuorese, ciò che non si vede, è ad esempio in quello che si chiama “indotto” nei lavori di ristrutturazione. Il solo cantiere del San Francesco ha coinvolto per le opere di demolizione e costruzione ditte di Nuoro e Orosei, per gli infissi interni una ditta di Nuoro, per quelli esterni una di Cagliari. I circa 20mila metri quadri di pavimenti sono stati realizzati da società di Siniscola e Dorgali, impianti elettrici e di condizionamento affidati a ditte di Oristano, gli intonaci a maestranze nuoresi, le tinteggiature e rifiniture a operai di Dorgali, l’elaborazione dei documenti per la certificazione prevenzione incendi allo studio di un ingegnere e un geometra nuoresi, l’accatastamento agli uffici di Nuoro. Gli stessi materiali utilizzati erano reperiti nel territorio. Basterebbe questo per far capire come la realizzazione di quelle opere abbia coinvolto lavoratori della città e dei paesi vicini dando una boccata d’ossigeno a un intero settore produttivo. Oltre a questi posti di lavoro “indiretti”, la risoluzione del contratto con la PSSC ha portato al mancato rinnovo del contratto a tre tecnici della Engie (ex Cofely).
La sospensione dei lavori ha lasciato, per concentrarsi solo sul San Francesco, una situazione surreale: come ere geologiche convivono nel grande ospedale opere nuove e obsolete, tecnologie all’avanguardia e l’intera torre (dal terzo al tredicesimo piano) senza impianto di condizionamento. Ad oggi sono stati realizzati la DEA (Dipartimento Emergenza Accettazione), i reparti di oncologia (1000mq) e ematologia (1000 mq), ancora la scala visitatori DEA, la Radioterapia, la Direzione sanitaria, la nuova hall, la Pediatria e la Ludoteca oltre alla foresteria per gli autisti del 118 con lo stallo delle ambulanze (presso l’elibase), gli spogliatoi, lingeria e archivio oltre agli spogliatoi sale operatorie, al substerilizzazione delle sale, lo spazio sicuro e passerella di collegamento, scala e ascensore di collegamento con la direzione sanitaria, le cabine elettriche. Il decimo piano, ultimato, attende il trasferimento di Pneumologia, se ne parla da anni, era dato per certo dal lontano 2011. Gli ultimi lavori di messa a norma per l’accreditamento della struttura sanitaria, prima di quelli iniziati con il Project, risalgono al 2002, li aveva eseguiti la ditta Moncada. E così, ad oggi, nella torre convivono due ali: quella a norma, con stanze complete di 4 letti e bagno interno, dall’altra parte stanze da sei letti, senza bagno. Fermi al 1970, anno glorioso per i tifosi del Cagliari, meno per i pazienti e i loro familiari.
La Società di progetto ha speso circa il 60% degli oltre 28 milioni destinati ai lavori per il San Francesco. Le maggiori incompiute senza dubbio la Medicina nucleare, sarebbe dovuta sorgere sotto la nuova hall, allo stesso modo l’Anatomia patologica e il centro trasfusionale sono destinate a restare negli attuali spazi. Non tutto è oro, scelte discutibili come la cosiddetta “doppia pelle” del costo di oltre 2 milioni di euro gridano vendetta, come pure il mancato trasferimento del Poliambulatorio dal fatiscente palazzo di via Manzoni alla struttura del vecchio Ospedale San Francesco rimessa a nuovo ma inutilizzata per via di un contenzioso tra la ditta appaltante e quella detentrice del sub-appalto.
Tutto ciò non può certo giustificare il mantenimento di un contratto minato da limiti oggettivi ma deve portare a una seria riflessione sulla questione per non rischiare – come si dice – di buttare il bambino con l’acqua sporca. Lo stesso presidente dell’Anac Raffaele Cantone in una recente visita in Sardegna ha sostenuto la necessità di un adeguamento del Project da parte dell’azienda sanitaria, come hanno ricordato in una nota i consiglieri comunali del Pd. In quella stessa occasione, Alessandro Bianchi, Leonardo Moro e Salvatore Sulas hanno posto una questione: «È sotto gli occhi di tutti – hanno scritto in una lettera a un quotidiano locale – il livello della riqualificazione delle strutture realizzata in questi anni: siamo sicuri che analoghi investimenti sarebbero stati assicurati dalle casse regionali, soprattutto in una fase di forte contrazione della spesa?» E ancora: «La filosofia su cui nasce il Project è stata quella di pensare ad un presidio sanitario che dal Centro Sardegna potesse porsi in competizione con i poli di Cagliari e Sassari. È in quegli anni che Nuoro è all’avanguardia in molte discipline e precede, si pensi alla chirurgia robotica, quanto in altre sedi arriverà molto dopo. Se negli anni si è persa la rotta per interferenze dettate da ragioni che niente hanno a che vedere con le regole del partenariato pubblico-privato, si facciano le giuste verifiche, e i giusti controlli e soprattutto si proceda ai riequilibri contrattuali che restituiscano piena legittimità al Progetto. Non fare questo e scegliere di mandare tutto per aria – concludevano – sarebbe la peggiore opzione possibile, quella che sancirebbe la marginalizzazione definitiva dell’area socio sanitaria di Nuoro».
Lo stesso rischio vede per il futuro il segretario provinciale della Funzione pubblica Cgil di Nuoro Sandro Fronteddu: «Lo smantellamento dei servizi sul territorio ha fatto si che le persone non trovando altro si rivolgessero al Presidio Ospedaliero, che si è così ritrovato a diventare il catalizzatore del bisogno di salute dell’intero territorio. Un presidio già gravato da carenze, accentuate con il blocco del turnover, e che oggi con i numeri dati, è al collasso».
Una situazione – secondo Fronteddu – che va quindi ben oltre il dato degli organici, «che va inquadrata nelle scelte fatte, e non tradotte, per la rete ospedaliera e l’ASL unica, anzitutto, ed in quelle non fatte, di omessa realizzazione della rete territoriale. E ora è sempre più urgente – prosegue – un piano organico che ridisegni la sanità sarda, che assieme ad un adeguato piano occupazionale realizzi quel sistema articolato di servizi a cui le persone possono rivolgersi prima di ricorrere all’ospedale».
È in questo contesto che si inserisce la problematica nuorese: «La necessità di restituire funzionalità al San Francesco passa attraverso non solo una nuova programmazione di assunzione ma anche e soprattutto nel recupero e potenziamento dei servizi sul territorio, ad iniziare dai presidi di frontiera quali sono Sorgono e Macomer. In tale ragionamento – conclude – andrà ripensato il ruolo dello stesso presidio, per restituirgli quella centralità che aveva conquistato negli anni, perché stretto tra il progetto di riordino della rete ospedaliera e il depotenziamento silenzioso operato negli ultimi due anni, il risultato è quello di una struttura che rischia di perdere pezzi pregiati». Una eventualità che si spera di scongiurare.

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