Corso, serrande abbassate anche al civico 100

Il piccolo negozio di merceria “Pingouin” aperto sul finire degli anni Cinquanta in via La Marmora a Nuoro, dopo qualche anno aveva trovato la sua sede definitiva al numero civico 100 del corso Garibaldi dove Maria Giuseppina Musto, oggi settantenne, padre pugliese e madre nuorese, aveva cominciato a lavorare come dipendente a soli sedici anni. Quell’attività storica è una delle 293 chiuse nel 2017 in provincia di Nuoro (vedi articolo sotto) e in città, non solo nel centro storico dove le serrande abbassate danno più nell’occhio. Alla donna, quindi, non restano che i ricordi, pur velati da una vena di amarezza: rammenta ancora l’emozione provata nel servire la prima cliente che segnò il sorgere in lei della passione per quel lavoro che un giorno l’avrebbe resa autonoma e, nel 1982 i mille sacrifici, fatti per rilevare quel piccolo esercizio, dando da titolare nella gestione un’impronta del tutto personale ordinando le forniture da ditte qualificate d’oltremare, dalla Francia in particolare. «Leggere il mio nome sulla licenza mi ha fatto sentire a casa mia oltre che realizzata », confessa Maria Giuseppina aggiungendo di non avere mai sentito la fatica del lavoro dietro il banco nel servire i numerosi clienti che provenivano anche dai paesi limitrofi e con i quali riusciva a stabilire non solo un rapporto di reciproca fiducia ma anche d’affetto e amicizia. Il connotatore dei piccoli negozi era proprio la conduzione familiare tanto da ritenere l’esercizio un luogo d’incontro dove spesso i clienti amavano raccontarsi, confidarsi e condividere il bello e il brutto della giornata con esercenti sempre disponibili all’ascolto e alla riservatezza. La mite Maria Giuseppina a cui nel 2009 è stato conferito il Diploma d’onore della Confcommercio «per aver contribuito alla crescita economica, produttiva e sociale del nostro territorio», sapeva proprio ascoltare conquistandosi la fiducia e la benevolenza delle sue abituali clienti con le quali instaurava legami solidi e duraturi. Si sentiva gratificata nel cogliere il lato umano del suo lavoro tanto da definire quel piccolo esercizio commerciale di soli trenta metri quadri che in apertura d’intervista definisce ancora «la mia casa, la mia vita».
Perché ha deciso di chiudere la sua attività?
«Era il 2014 quando a seguito di una brutta caduta dalla scala nel servire una cliente, ho riportato la frattura della diafisi che mi ha costretto a letto per quattro lunghi mesi. Nell’immediatezza sono stata sottoposta a ben due interventi, piccoli frammenti ossei della vertebra lombare L 1 erano finiti nel canale midollare e mi sono stati cementati. Dopo sei mesi d’inattività ho ripreso a lavorare sorretta dall’affetto delle mie clienti nonostante il medico a tutela della mia salute, mi avesse imposto di smettere».
Quali articoli trattava?
«All’inizio si vendeva solo merceria poi da titolare ho fatto un vasto assortimento di biancheria intima, capi importanti di seta e indumenti di moda-mare».
Si lavorava bene?
«Fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso posso dire di sì. La mattina all’apertura del negozio c’era già gente che mi aspettava. Il Corso aveva il volto di un centro commerciale ma tutto è cambiato da quando la fermata dei pullman dell’Arst è stata dislocata da piazza Vittorio Emanuele a viale Sardegna. Noi esercenti ci siamo battuti inutilmente per convincere gli amministratori di allora affinché garantissero almeno una fermata che portasse i clienti al Corso “promosso” nel frattempo isola pedonale e di questo il commercio ne ha risentito notevolmente. La grande distribuzione poi ha soffocato tutte le piccole attività».
Ricorda i suoi colleghi commercianti di allora?
«Ricordo tutti a cominciare da Nanneddu Satta con la drogheria, zia Luisa Ispisa con l’alimentare, ziu Conzinu per la ferramenta, Merlini per gli autoricambi, Giovannantonio Ganga per la pesca, Addari con la sua cartoleria, i fratelli Ticca con le macchine da scrivere e a ridosso del mio negozietto c’era la falegnameria di Corrias. Ci conoscevamo tutti, eravamo una grande famiglia. Nonostante le varie avversità io sono riuscita a portare avanti la mia attività fino ad oggi».
Crede proprio di aver tirato i remi in barca?
«Assolutamente no. Numerose clienti mi hanno chiesto di fare un corso di maglieria e penso proprio di organizzarlo a casa mia per non spezzare quel filo indissolubile che per tanti anni mi ha legato a loro».
Cosa ha provato quando ha rimesso la licenza del suo negozio?
«All’inizio è stato duro, pensavo che senza non sarei riuscita a vivere. Era una mia creatura, i miei ricordi, le mie amicizie, generazioni di clienti che si sono avvicendate. Nonne, madri e figlie che venivano a portarmi le bomboniere di matrimoni e di battesimi per non parlare della padrona di casa con la quale ho avuto un rapporto meraviglioso per oltre mezzo secolo».
Come si è sentita in quel momento?
«È stato come chiudere la pagina di un libro per aprirne un’altra. Credo di aver assolto al meglio il mio lavoro, penso che nulla sia eterno e come tutte le cose anche quel ciclo di vita per me è finito».
Come pensa di trascorrere le sue giornate?
«Per il momento devo far fronte alla burocrazia che la chiusura di un negozio comporta. Viaggiare non posso. Mi occupo della casa dove ricevo molte visite, ho riscoperto il piacere di prendere il thè in compagnia».
Consiglierebbe ai giovani una piccola attività come la sua?
«Se si ha la passione tutto si può fare. Certo oggi con i centri commerciali è venuto meno il rapporto umano di una volta che era la colonna sonora dei negozietti a conduzione familiare oggi pressoché scomparsi e per questo il Corso ha perso la sua vivacità e la città la sua anima».

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