Fare i conti con un dramma che ci riguarda

Attualmente, per cercare di conoscere una persona balzata anche suo malgrado agli onori delle cronache, è necessario passare per i suoi profili social.
Capita così che si scorrano le pagine Facebook di vittime e carnefici di una storia tanto assurda quanto più così vicina a noi; ciò che resta, in tutta la sua innaturalità, è un profilo in memoria di Manuel Careddu, violentemente strappato alla vita tanto amata da lui che, secondo la madre Fabiola Balardi, «era poco più che un bambino».
Manuel sarebbe potuto essere nostro figlio, nostro fratello, nostro amico; per molti, tra coloro i quali lo hanno conosciuto davvero, era il ragazzo schivo, ma dolce e fragile, che stava cercando un modo per ricominciare a vivere serenamente i suoi anni più belli.
Tra le foto del giovane, ritratto nelle cornici urbane macomeresi e delle cittadine che frequentava, anche citazioni sagge, immagini di animali, dei disegni che amava fare ed aforismi come “non possiamo scegliere chi incontreremo nella vita, ma possiamo scegliere chi non incontrare più”.
A Manuel questa possibilità è stata negata: se è vero che vicende di cronaca nera come quella di Stefano Cucchi, finalmente ad una svolta, ci insegnano come nessuno debba pagare in alcun modo i propri inciampi, questo deve assolutamente valere anche per la vita del giovane macomerese, brutalmente spezzata così presto.
Manuel aveva solo 18 anni: bisognerebbe scriverlo continuamente per imprimerlo nella memoria di chi ha commesso l’impensabile, di chi sapeva ed ha taciuto rendendosi complice tanto quanto gli esecutori materiali e di chi, andando oltre le retoriche puntualmente emerse dopo un dirompente fatto di cronaca, ha cresciuto degli assassini che hanno premeditato un delitto efferato fino alla fine, negando la verità e per lungo tempo, alla madre di un piccolo come loro, una tomba sulla quale piangere i resti del figlio per il resto della vita.
Seppur il contesto sembri omologante, ovvero quello del vortice infernale della tossicodipendenza con le devianze ed i crimini correlati, sarebbe necessario cogliere la differenza abissale che intercorre tra la vittima ed i suoi aguzzini confrontando questi ultimi con l’atto di coraggio della mamma di Manuel nell’incontrare i genitori della minorenne artefice del crimine, analizzando a fondo la vicenda, scansando l’indifferenza ed affrontando con forza le conseguenze di un crimine che sembra uscito, in tutta la sua violenza, dal film “I Vinti” di Michelangelo Antonioni.
Inutile negare quanto sarà complesso ricostruire le reti umane e sociali di almeno tre comunità distrutte dal dolore, quelle di Macomer, Ghilarza ed Abbasanta, quanto sarà difficile concedere misericordia alle famiglie che hanno cresciuto figli sbalestrati la cui malvagità si è continuamente alimentata di sangue e menzogne e quanto pure la crisi economica abbia determinato una povertà socio-culturale che ha lasciato spazi bui erosi dalla criminalità alla quale, in casi tragici come questo, si cerca di ovviare proponendo pene esemplari come l’ergastolo ostativo, privo di qualsiasi beneficio penitenziario per chi ha concepito un piano criminale che sarebbe persino potuto continuare.

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