Con l’Infinito nel cuore

La tempesta sedata da Gesù sul lago di Tiberiade è un miracolo di fede, una lezione di speranza, un augurio di un anno ricco di pace, salute, serenità. Davvero il 2020 ha provato corpi e coscienze, è stato anno di grande sofferenza. In tutte le famiglie ci sono stati lutti, malattia ed affanni. Davvero un mare in tempesta. Marco, nel suo racconto del miracolo, sembra dipingere una tela o comporre un mosaico nel quale ogni tassello ha il suo posto adatto. Cosa che potremmo fare nel piccolo anche noi, ripensando ai dodici mesi trascorsi e a quelli invenienti. Lo sfondo è lo stesso come pure l’accadere. Identica la difficoltà e corrispondente la risposta. Gesù dorme a poppa, ossia la parte posteriore della barca, destinata alle persone di riguardo. Lui, seppure giovane, è stanco e vorrebbe riposo e sogno. Paolo Pillonca direbbe di un bisogno: “Ponemila una manu supra palas / e caentami su coro e sa carena”. Qui abbiamo l’unico riferimento evangelico in cui si parla di un Gesù che dormiva. Inutile dire che lo sfondo è la Chiesa e l’umanità di tutti i tempi. Nel piccolo, la mia generazione, figlia della grande nevicata del ‘55/56, ha conosciuto l’asiatica, la poliomielite, la tubercolosi, il colera, e poi tutte le altre epidemie successive. Di problematiche emergenziali ne abbiamo conosciute di ogni colore, noi ragazzini scalzi e venuti alla luce in abitacoli non molto dissimili da quello di Gesù. In quella tempesta Gesù rimprovera i discepoli: “gente di poca fede”! Sembra dire che Lui non è venuto per evitarci gli sgradevoli imprevisti della nostra vita. D’altronde, chi segue Lui ha in contraccambio le persecuzioni, le tribolazioni, l’odio, ma soprattutto una cosa da non poco conto come la vita eterna. Allora come oggi siamo nella stessa barca. Errori, incubi, odi, invidie, ingiustizie, malattie, il precario e l’improbabile, tutto ci assilla. Troppi, se fanno i conti, scoprono di non avere un amico vero e neanche una famiglia affidabile. È la nostra povertà umana trasformata in miseria sociale. Gli Apostoli hanno lanciato il grido di questa umana disperazione odierna: “Maestro non ti importa che moriamo?” La risposta di Gesù viene incontro ai disperati di ogni tempo: “Gente di poca fede”. La paura di noi e degli altri, la paura dell’insicurezza, del dubbio, della morte che ci colpisce individualmente e collettivamente; ogni paura ci incatena nel segreto del cuore e ci tortura, perché la nostra fede è poca, è debole! Gesù ci salva legandoci intimamente a sé nella fede, facendoci partecipi come membra vive del suo corpo mistico che è la Chiesa. Questo chiede anche a noi: che ogni giorno ci interroghiamo con lealtà se le nostre parole e le nostre azioni siano coerenti con la fede che professiamo e con la pace che vogliamo, per noi e per il mondo. Con la sua grazia che ci precede e ci accompagna sapremo superare anche le tempeste che ci attendono in questo nuovo anno.

© riproduzione riservata