Compagni di scuola, testimoni della diaspora

Liceo Asproni Nuoro - Notizie L'Ortobene

Metti una classe come tante del Liceo classico Asproni, venti tra ragazze e ragazzi nati nel 1980, diplomati alle soglie del nuovo millennio. Oggi che sono trentacinquenni o su di lì, organizzare una rimpatriata sarebbe impensabile. Per quanto possa valere, secondo una statistica piuttosto empirica, sono il paradigma della diaspora nuorese: quelli rimasti in città si contano sulle dita di una mano, altrettanti sono in Sardegna, gli altri in continente o all’estero. Hanno scelto di seguire un sogno o semplicemente hanno trovato un lavoro che qui non c’era.
Maria Luisa Cabras vive a Cagliari e fa l’educatrice: «Lavoro con il disagio sociale della gente – racconta –, ogni giorno faccio i conti con le paure, la solitudine, le difficoltà e qualche volta il riscatto delle persone. Dopo la maturità ho scelto di studiare scienze dell’educazione, per portare avanti gli studi ho chiesto i contributi Ersu e nel luglio del 2004 mi sono laureata. Non avevo voglia di tornare a Nuoro dopo la laurea. L’idea non mi piaceva per nulla, avrei dovuto rinunciare a tutto quello che avevo costruito qui per tornare a Nuoro? No, non mi andava. Avevo conosciuto un ragazzo si chiama Marco, ora viviamo insieme anche se non siamo sposati; avevo conosciuto l’indipendenza e non me la sentivo proprio di tornare a vivere con mio padre avevo già 24 anni, troppo grande per tornare a casa e poi quello che avevo qui mi piaceva».
Così – prosegue – «mi sono impegnata per trovare un lavoro che mi permettesse di vivere qui: il classico giro delle cooperative per lasciare curricola e il vecchio caro passaparola ho iniziato subito a lavorare: mio padre mi aveva insegnato a farlo con il suo esempio e in effetti da dopo la laurea ad ora ho sempre lavorato… qualche lavoro mi piaceva qualcuno meno… ma farsi le ossa è anch’essa una fase della vita. Per lo più ho sempre lavorato nel sociale, per un anno un part-time in un call center, anche quello non l’ho rifiutato, ma ho retto solo 12 mesi. In fondo oggi mi sento fortunata: faccio il lavoro che mi piace, quello che ho scelto e vivo in una città che mi piace con le persone che ho incontrato nella mia vita e che mi sono rimaste accanto ». Certo vivere in Italia e lavorare nel sociale «non è molto gratificante dal punto di vista economico – ammette – e anche le possibilità di carriera sono limitate. Ma questo è il mio compromesso: mi piace lo stile di vita, mi piace il mare vicino, mi piace l’idea che tutto sommato in un’ora e mezza posso arrivare a Nuoro e posso vedere mio padre che, pur con i suoi problemi di salute, vive ancora li».
Giada Ortu fa da controcanto: «Dopo la laurea in economia e dopo aver vissuto e lavorato a Milano, Palma de Mallorca e Nuoro sono a Piacenza. Attualmente il mio corpo va al lavoro e passa le giornate tra il grigio e la nebbia esterne e tra migliaia di carte all’interno dell’archivio Generali». Due storie, appena accennate, di persone che la nostra città ha perso. Ha perso una intera generazione. Certo, sono giovani che testimoniano una mobilità del tutto sconosciuta fino a pochi anni fa, quasi tutti hanno studiato fuori e hanno avuto esperienze di studio o lavoro in Italia e all’estero, dove molti hanno deciso di restare. Con il cuore diviso, forse, come dice Giada: «La mia mente e il mio cuore sono sempre lì. A casa. In Sardegna, dove vorrei dedicare il mio tempo alle persone più care, a un lavoro, a godermi le tradizioni, i paesaggi, i profumi, le feste, sas casadinas, i papassini e nel tempo libero viaggiare per il mondo. Ci riuscirò! » I legami, questo resta, per non sentirsi del tutto esuli in terra straniera.

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