Come tralci uniti alla vera vite
di Franco Colomo

3 Ottobre 2020

3' di lettura

L’immagine della vigna, proposta in questa liturgia domenicale, è una figura biblica eloquente che condensa in sé l’intero mistero della storia di salvezza e il mistero della iniquità. Vi possiamo leggere facilmente la storia di amore di Dio per il suo popolo e l’ostinato rifiuto che questo vi oppone. Nella prima lettura con la voce accorata del profeta, Dio, come amante deluso, protesta il suo amore pieno di cura e dedizione: Che cos’altro potevo fare per la mia vigna? … Nel Vangelo con lo stile parabolico, Gesù stesso provoca i suoi sordi interlocutori perché prendano coscienza di sé, della malizia del loro cuore e offre loro la libertà di pronunciare da se stessi la sentenza, per aprire però la possibilità ad un esito diverso, dove, di fronte alla confessione della nostra miseria, si sveli la misericordia del Padre. Sì, Dio non si arrende di fronte alle nostre ostinate ribellioni. Che cosa farà il padrone della vigna a quei vignaioli? Qualunque risposta possiamo dare noi, dobbiamo infine riconoscere che anche oggi ci raggiunge una Parola di vita, che vuole attirarci a sé e far nascere in noi il desiderio autentico di tornare a Dio e di corrispondere al suo amore. C’è per noi un Padre amorevole, uno sposo fedele. Lo riconosciamo, siamo noi, quel popolo infedele, quei vignaioli disonesti, e abbiamo insultato, percosso e ucciso l’erede gettandolo fuori dalla vigna, lontano dalla città, lontano dal centro del nostro cuore, per strappargli l’eredità. Ma Gesù ha fatto di questa nostra violenta e arrogante pretesa, l’estremo sacrificio d’amore. Ci ha associati a sé e, lasciandosi trafiggere dai nostri peccati, ha fatto di se stesso l’offerta gradita al Padre. Egli la vera vite, come frutto gustosissimo si è lasciato mettere nel torchio perché dal suo cuore fuoriuscisse la bevanda inebriante della nostra salvezza. Il suo sangue, versato sulla Croce per noi e da noi, è ora sacrificio sull’altare nella specie del vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo. In ogni celebrazione eucaristica la Chiesa, popolo sacerdotale, offre al Padre questo pregiatissimo calice. Il vino divenuto sangue di Cristo. Siamo certi, perciò, che l’offerta gradita al Padre è sull’altare, perché Dio stesso se l’è procurata, quale frutto delizioso che nessun uomo poteva portare. È tuttavia il più bel frutto che l’umanità ha prodotto, nella pienezza dei tempi, nel tempo stabilito dall’imperscrutabile volere di Dio, quando, nel Figlio eterno fatto carne, l’umanità ha potuto corrispondere al desiderio del Suo Creatore e Padre, perché Gesù, nostro fratello, vero figlio dell’uomo e vero Dio, ha pronunciato il suo irrevocabile e perfetto sì. Che cos’altro poteva fare? In ogni celebrazione eucaristica, e così oggi, possiamo vivere un vero rendimento di grazie per l’incommensurabile dono che possiamo offrire al Padre. Chiediamogli la grazia di non essere mai separati da Lui, come tralcio che, restando unito alla vite, porta molto frutto e con la voce del Salmista invochiamo: guarda dal cielo e vedi, visita la tua vigna, proteggi ciò che la tua destra ha piantato. Da Te più non ci allontaneremo. © riproduzione riservata

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