Cinquanta sfumature di rosa

di Elisa Meloni

 

Negli ultimi anni i social network sono diventati il modo più veloce per il passaggio delle informazioni di ciò che avviene nel mondo: con un click riesci a sapere in tempo reale cosa sta accadendo e cosa stanno facendo le persone anche se lontane, ma la loro vera forza è la possibilità di permettere a chiunque di poter esprime ciò che pensa, nel bene e nel male, di dare voce a tutti. Anche a quelle persone che, nella vita reale, mai si permetterebbero di farsi paladini del niente. Così, scorrendo la tua bacheca, ti trovi a leggere le notizie più disparate e scopri quelle che a me piace chiamare “le crociate rosa”, ossia i post dove si inneggia alla parità uomodonna, dove un sostantivo femminile è sinonimo di vittoria, dove una pubblicità di cattivo gusto ci fa indignare al punto di voler boicottare una marca di lavatrici, dove ci ritroviamo soddisfatte per la legge che ci garantisce di avere un posto in politica grazie alla parità di genere. Io non credo che le madri della nostra Costituzione avvertissero la necessità di avere questo genere di garanzia, altrimenti l’avremmo già avuta bella e pronta da tanto tempo, ma questo è un mio pensiero. Degli ultimi giorni è la notizia che un imprenditore ha “scommesso” su una donna in attesa di un bimbo ed ha deciso di assumerla. Ma non solo. La cosa a dir poco “sconvolgente” è stata la sua dichiarazione «È brava, potrà andare in maternità da subito e noi le conserveremo il suo posto di lavoro». Ma in che mondo viviamo? Che società è quella dove la normalità diventa notizia? Gli “strani” siamo noi che urliamo al “miracolo” oppure quell’imprenditore che guarda solo alla bravura del dipendente, senza considerare che sia una donna e, per di più, in dolce attesa? Poi, in generale, ci scandalizziamo se non nascono più bambini (la media nuorese sarebbe scesa a 1,1 figlio a coppia) o se, leggendo La Nuova Sardegna del 17 febbraio scopriamo che l’età media delle neomamme barbaricine è salita a 32,8 anni (la più alta d’Europa) contro i 32 e mezzo della media regionale.
Dopo aver letto questa notizia, mi sono ritrovata a pensare che a me personalmente, qualche anno fa, sarebbe piaciuto incontrare un datore di lavoro “strano”. Purtroppo, invece, la mia storia di normalità ha un colore tutto rosa! Nel mio percorso lavorativo ho trovato una giovane donna che, durante il colloquio, mi ha accolto con un gran sorriso: con la stessa serenità con cui poco prima parlava del tempo e delle meraviglie di una grossa azienda italiana che credeva nelle donne e che “ama le donne”, mi ha chiesto di non fare figli per almeno 12 mesi. Come Alice nel fosso, quella donna mi ha catapultato nel fantastico mondo dei contratti atipici e mi ha definito “associata in partecipazione”, nome altisonante per dire che, di fatto sei socio di un niente e che, anche se sulla carta non sei dipendente, sei vincolato ad un orario e ad una gerarchiaCon lo stesso sorriso dello Stregatto ti spiega l’importanza della media-scontrino, della continua sfida fra colleghe. Da donna a donna ti consiglia di non fare squadra con loro perché tu da sola devi guadagnare sempre di più, perché l’azienda tiene a te e tu non devi essere da meno. Uno dei prezzi da pagare per vivere in “questo meraviglioso mondo” era la clausola che prevedeva che, in caso di assenza per malattia o maternità, ti dovevi sobbarcare il costo della sostituta. E tu accetti perché non hai altro, perché hai un mutuo e perché ai figli in quel momento proprio non ci pensi. Ma poi i bambini arrivano ed è una gioia e tu ti rendi conto che sei una mamma. Purtroppo però ti rendi subito conto che non sei mamma come la tua amica che vive la tua stessa esperienza: sei una mamma di serie B che aspetta un bambino di serie B.
Perché in Italia ci sono due tipi di mamme e di bambini: le mamme di seria A lavorano per il pubblico, sorridono al ginecologo che le mette in maternità una settimana dopo la lieta notizia, fanno i corsi preparto, hanno i permessi per l’allattamento al seno, quando poi sono pronte al ”distacco naturale”, possono scegliere l’asilo pubblico e se il bambino si ammala possono restare a casa ed accudirlo come è giusto che sia. Sembra invidia e, forse, lo è. Le mamme di serie B lavorano per il privato, guardano colme di paura il ginecologo che propone la maternità a rischio e chiedono «perché c’è qualcosa che non va», solo qualcuna fa il corso pre-parto, tante non si possono permettere l’allattamento al seno e quando scelgono l’asilo lo fanno per necessità, sono costrette a mandare i bimbi all’asilo privato. Si sentono veramente mamme di serie B quando arrivano trafelate alle sette di sera a prendere i bambini e sono quelle mamme che sono costrette a portare il bambino ugualmente all’asilo con qualche linea di febbre, dandogli la Tachipirina ed incrociando le dita. Con timore comunicano l’intenzione di dover voler fare l’inserimento all’asilo ai tre mesi del bambino, si illudono nel pensare che non ne soffrirà perché è troppo piccolo e trattengono le lacrime quando la mamma perfetta sentenzierà: «Il bambino ne risentirà. Conosci la sindrome dell’abbandono? Sarà marchiato a vita per questa tua scelta».
Nel mio mondo tinto di rosa però, di rosa c’era ben poco. Nemmeno all’Inps i lavoratori atipici sembravano andare giù ed una mattina ricevi una telefonata da un’impiegata, indignata quasi quanto me, nel comunicarmi che l’imprenditrice che aveva rilevato l’attività (la stessa del colloquio) non aveva versato i “minimali” e, di conseguenza, non avevo diritto nemmeno a quel minimo garantito. Di quella mattina ricordo però anche il sorriso dell’impiegato dell’Ispettorato del lavoro che mi accolse, mi asciugò le lacrime dicendo: «Ora facciamo valere i tuoi diritti». Lieto fine? No, altre sfumature di rosa: l’inizio dell’incubo, perché se ti serve un avvocato che ti tuteli e se alle spalle non hai una famiglia come la mia l’avvocato come lo paghi? E anche quando trovi un bravissimo avvocatodonna che ti sprona a trovare testimoni, ricordare episodi e chiedere alla tue colleghe di dire la verità, la rabbia sale e pensi solo «chi me lo fa fare? Sono io che ho perso il lavoro, io sono stata mandata via perché ho “tradito la promessa” e mi sono fatta un figlio. Perché devo difendermi io?». Comunque ti rialzi e vai avanti. Ingoi i no delle colleghe e accogli con gioia e lacrime il sostegno di altre donne (poche) e degli uomini (tutti).
I giudici che si sono avvicendati in dieci anni di causa sono stati quattro, tutte donne, con una media di due udienze l’anno. Di tutte ne ricordo una molto gentile che, dopo otto anni, in modo sarcastico mi dice «spero tanto che lei non stia aspettando il reintegro del suo posto di lavoro e ne abbia già un altro».
Oggi, quando sento parlare di “quote rosa” mi vengono i brividi, ma, con una situazione lavorativa normale, sono orgogliosa di essere una mamma trentanovenne di serie B che ha lottato per suo figlio di serie B grazie al sostegno incondizionato di mio marito e della mia famiglia e non della sindacalista-donna di turno, dell’assessora e della ministra.
Credo che il potere delle donne, anche se continuiamo a chiamarle Sindaco, Assessore, Ministro, Presidente, sia fortissimo e che il cambiamento possa arrivare soprattutto da noi per il semplice fatto che ogni uomo sulla terra è figlio di una donna e che spetta a lei farlo diventare un bravo adulto, rispettoso ed attento al prossimo.
Togliere una vita non diventa un atto più grave se cambiamo il nome del reato o se a morire è un essere umano di un genere piuttosto che un altro. Chi se ne frega se una pubblicità ci fa vedere un marito che regala una lavatrice alla moglie per San Valentino! Se non ci piace il regalo, rimandiamolo semplicemente al mittente. Indigniamoci e sosteniamoci per cose importanti e sentiamoci offese e non soddisfatte per le leggi che vengono promulgate a nostro favore ma che poi vengono disattese, con le paladine delle donne “distratte” dalle desinenze delle parole e dalle lavatrici al posto dei gioielli. Esattamente come è successo a me.

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