«Ci dicano se la montagna è un problema o una risorsa»

Prosegue la riflessione sui problemi legati al tema delle prossime Settimane sociali.
Pubblichiamo il contributo del sindaco di Fonni sulla questione spopolamento delle Zone interne.

di Daniela Falconi

Ci sono argomenti che finalmente stanno invadendo l’agenda politica regionale. Una fortuna che se ne parli, perché solo discutendone si acquisiscono consapevolezze e si può concorrere a trovare una soluzione. Com’è molto importante che anche la Chiesa nuorese in vista della Settimana sociale nazionale che si terrà il prossimo ottobre a Cagliari abbia sentito il bisogno di mettere a fuoco la questione dello spopolamento, legandolo a quello più generale del lavoro con un occhio particolare all’ambiente.
Dal mio piccolo osservatorio privilegiato, il Comune di Fonni che ho la fortuna di amministrare da quasi un anno con una squadra straordinaria, non mi limito a guardare le dinamiche ma provo a interpretarle e a mettere in campo politiche nuove e alternative. Avere a che fare ogni giorno non solo con i problemi, ma anche con le aspirazioni di tutte le persone è un modo per vedere il mondo con altri occhi e, soprattutto, per cercare di capire quali sono le necessità di chi si amministra perché la politica ha come unico fine quello di fare il possibile per garantire il benessere delle persone.
All’interno di questa logica, guardando all’oggi per preparare il domani, un primo ragionamento non può che partire dai numeri che riguardano il mio paese. A oggi, in questo 2017, quattro nati e undici morti, nell’ultima settimana sette emigrati, tutti sotto i 35 anni, alcuni all’estero. Perdiamo dai 50 ai 100 residenti all’anno e di questo passo, entro dieci anni, Fonni avrà meno di tremila residenti.
A guardare solo i numeri sembrerebbe un fenomeno disastroso e inesorabile. Ovviamente non mi rassegno, anzi. Analizzo e provo a capire per poi trovare soluzioni. Dicono bene, anzi benissimo, primo fra tutti il presidente di Anci Sardegna, quelli che guardano allo spopolamento come a un problema complesso non risolvibile con la bacchetta magica e non liquidabile con soluzioni “a spot” o di natura assistenziale. Lo stesso ragionamento fatto ne L’Ortobene da Bachisio Porru su un dibattito ultraventennale poi colpevolmente accantonato, dimostra che servono interventi infrastrutturali di natura materiale e immateriale non potenti, di più. Serve che un’intera Regione si faccia carico di questo problema e che ognuno di noi ne senta il peso della responsabilità ogni notte prima di andare a dormire e ogni mattina appena alzato. E magari con qualche notte insonne in mezzo.
Per ora non mi soffermo sulla differenza tra nascite e decessi. Pensiamo a quei sette emigrati in una settimana. Frughiamo nelle nostre famiglie, tra i nostri vicini di casa e conoscenti: ognuno di noi conosce un fonnese in Australia, a Londra, a Parigi per citare i luoghi più “lontani”. Non si contano i ragazzi, non solo per studio, a Venezia, Firenze, Milano… Chi non salta il mare sta qui in Sardegna, a Cagliari o chissà dove. Inutile dirci perché partono, perché vanno via, perché si dimenticano pur tenendolo nel cuore qual è il loro paese. No, io non credo che quei ragazzi accetterebbero mai solo un sussidio per vivere qui come vorrebbe qualcuno. Sarebbe un insulto alla loro intelligenza. Al contrario sono totalmente convinta che se trovassero un’occupazione all’altezza delle loro aspettative e dei loro studi magari un giorno il nostro asilo nido non rischierebbe di aumentare le rette a dismisura perché i bambini diminuiscono. E allora? Serve lavoro. Serve che le imprese che sopravvivono siano aiutate a crescere in questi luoghi e magari tornino a investire. Bingo! La scoperta dell’acqua calda, praticamente. Attenzione, però: non serve un lavoro qualunque, non abbiamo bisogno solo di operai o contadini. Il famoso “ritorno alla terra” di cui tanto parliamo va, come dire, accompagnato. Perché se no è solo retorica buona per qualche campagna elettorale. Il ritorno alla terra, o se preferite il ritorno al paese va costruito creando i servizi e i presidi che mancano, magari concependoli in maniera diversa. Il ritorno va incoraggiato integrando agricoltura, turismo, agroindustria, cultura, istruzione. Mettendo al centro gli uomini, le donne e i bambini.
Non ci sono altre ricette se non quelle che ognuno di noi può concorrere a scrivere magari guardando a come saremo e come vorremmo essere tra 15-20 anni, senza pretendere sussidi ma diritti. Non finanziamenti ma investimenti. Investimenti su noi stessi e sullo spettacolo di territorio che ci circonda. Perché lo spopolamento non è un problema solo della politica, è un problema di ogni persona. E ognuno di noi, nel raggio delle sue responsabilità deve fare qualcosa. Una bella sfida a cui io non intendo in nessun modo sottrarmi. Spetta però alla politica, al di là dei convegni, ribaltare la piramide, dire una volta per sempre se la montagna è un problema o una risorsa. Perché senza l’uomo muore l’ambiente e, per fare solo un esempio, le alluvioni in Baronia iniziano nel Supramonte dal Flumineddu e nei Campidani dal Flumendosa che nasce nel Gennargentu. Spero davvero che si apra il più grande dibattito pubblico di sempre su questo tema. Perché ne va della nostra sopravvivenza e del nostro futuro. Perché, non mi fanno paura i ragazzi che partono e realizzano i propri sogni ma quelli che non possono restare.

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