Chiamati ad agire (anche in politica)

La liturgia di questa domenica ci porta a meditare su un tema fondamentale circa l’essenza ed il significato del vivere umano: il rapporto che unisce le realtà della terra a quelle del cielo. A quale ideale è finalizzato il nostro agire? Un agire chiuso soltanto nell’ambito umano, terrestre, oppure un agire aperto soltanto alle realtà celesti? Questi due atteggiamenti assunti in modo assoluto ed univoco non corrispondono alla volontà salvifica di Dio, manifestata nella creazione e impressa nel cuore dell’uomo.
Dio ha voluto l’uomo come persona che vive e si sviluppa in una comunità di suoi simili. E dall’antichità il vivere nella polis, nella città, e l’azione politica che ne consegue, è stata vista come un servizio all’uomo, anche se il processo di formazione di questa coscienza è stato soggetto ad una evoluzione e comprensione che è sempre in atto. Dall’antica Grecia che considerava la politica il fine più alto dell’agire umano, sino ai nostri giorni essa rimane un modo concreto ed efficace per dare spazio e contenuto all’amore verso i fratelli, specialmente i più deboli. Il credente sa che la salvezza annunziata da Cri- sto non viene dalla politica, ma sa anche che le strade della salvezza percorrono questo mondo e si incontrano con i modi con i quali l’uomo ricerca, con l’azione politica, nuovi assetti della convivenza sociale.
Il cristiano proprio perché fa esperienza di Cristo come “salvezza”, non può estraniarsi dal mondo in cui vive, ma è chiamato a prendere posizione, a decidere. La fede diventa così verifica della prassi e ne dimostra la veridicità.
La domanda posta a Gesù, chiamato provocatoriamente Maestro dai farisei, è sì limitata ad una precisa situazione storica – la dominazione romana su Israele – ma la risposta data da Gesù travalica il tempo e spalanca orizzonti sconfinati. Apre, infatti, immediatamente il cuore alla verità e concretezza del nostro esistere, evidenziando il fine primario al quale dobbiamo tendere:rendere a Cesare quello che è di Cesare, ed a Dio quello che è di Dio. Non possiamo quindi disgiungere le realtà umane da quelle celesti. Siamo chiamati a promuovere tutte le realtà umane positive, a tendere ad un reale dominio dell’universo, come a promuovere una comunità umana nel senso di una polis, una città sempre più fraterna. Gli avvenimenti di quest’anno, del resto, ce ne hanno dimostrato tutta l’impellente necessità. Ma per adempiere a questa missione, l’uomo non può contare solo sulle sue forze, ma ha bisogno di affidarsi a Dio, nella coscienza ineludibile di essere solo “creatura” e quanto può compiere, può attuarlo solo perché Dio gli apre la mente ed il cuore con una scintilla della sua sapienza divina. L’uomo è innanzi tutto chiamato a dare gloria a Dio. Gesù ci ha rivelato la nostra dignità di figli e come tali siamo chiamati a vivere. La speranza cristiana, donata a noi nel Battesimo, è un sale che dà senso e sapore allo sforzo umano di liberazione ed all’impegno temporale per il bene comune. Essa guarda alla realtà futura ma attraverso l’impegno cristiano la anticipa e ci apre alle realtà celesti perché la vita umana non è destinata ad esaurirsi entro un limite temporale, ma ad aprirsi alla vita eterna ed a cercare, quindi, per prima cosa il regno di Dio. La storia non è gestita dall’uomo, ma da Dio. E la prima lettura lo pone bene in evidenza. Ciro, un pagano che non conosce il vero Dio, viene scelto per favorire la riedificazione di Gerusalemme, realizzando così un piano salvifico del quale Dio solo è l’artefice, poiché è Lui il Signore e non altri. Per questo il Salmo responsoriale recita: «Cantate al Signore un canto nuovo… Grande è il Signore e degno di ogni lode… date al Signore la gloria del suo nome».
Paolo rende grazie a Dio per la chiesa di Tessalonica, che si è aperta alla grazia e manifesta la sua fede attraverso una caritàoperosa. Il cercare con cuore sincero il regno di Dio apre alla concretezza dell’operare in favore della città degli uomini, perché “tutto è grazia”, come diceva Teresa di Gesù Bambino. Tutto coopera al bene, attraverso le vicissitudini umane, per coloro che amano Dio e cercano per prima cosa il suo regno e sono così capaci di dare a Cesare quello che è suo nella realtà e verità della vita. Il vivere pienamente il Vangelo rende l’uomo capace di testimoniare la signoria di Dio, senza per questo tralasciare il bene dei fratelli e delle sorelle. Ciò significa sviluppare in pienezza la propria umanità, destinata anch’essa alla gloria, dato che Cristo ci ha rivelato la grandezza del progetto di Dio nei riguardi dell’uomo, destinato a divenire figlio nel Figlio ed a chiamare Dio col dolce nome di Padre.

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