Chi fa violenza sulle donne non bussa, ha le chiavi di casa

Tutti gli atti di violenza contro le donne, non soltanto i più estremi dei quali c’è maggior consapevolezza e percezione, sono considerati dall’Onu una violazione dei diritti umani, questa la motivazione alla base dell’istituzione de “La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne” ogni anno il 25 novembre.
È violenza contro le donne non soltanto il femminicidio e la botta che lascia quel livido sulla palpebra o sul braccio, ma anche l’insulto, la prevaricazione continua e sistematica, l’attacco gratuito al nostro pensiero, l’offesa sui social “a maggior ragione” perché sei donna.
Il tema della violenza sulle donne, non smette di essere emergenza pubblica e per questo la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere  ed è giusto lo si faccia in giornate come quella del 25 novembre ma occorre farlo, ciascuno con un proprio impegno costante 365 giorni all’anno, ascoltando le altre donne, le nostre amiche, sorelle, madri poiché nelle statistiche, si contano purtroppo anche le donne vittime di violenza o uccise da figli, fratelli, padri o nipoti.
La violenza di genere è un problema sociale di dimensioni endemiche ed universalmente presente in ogni paese del mondo, tanto da farla definire addirittura come “genocidio di genere” e ricomprende l’insieme di tutte le violenze esercitate sulle donne, in tutte le fasi della loro vita, in qualunque contesto, pubblico o privato, azioni violente giustificate dalla sola appartenenza al genere femminile.
D.i.Re – donne in rete contro la violenza, la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri anti-violenza gestiti da associazioni di donne, analizza a fondo i recenti dati diffusi dall’ISTAT in collaborazione con il Dipartimento per le pari opportunità sottolineando che a prevalere è la percentuale di donne che si rivolgono ai centri anti-violenza vittime di soprusi di natura psicologica, che corrisponde al 73,6 per cento delle donne che chiedono aiuto. Secondo i numeri, la violenza fisica è infatti episodicae non sempre cronicizzata mentre quellapsicologica è quotidiana, fatta di denigrazione, svalutazione e umiliazioni continue.
Molte delle donne che si rivolgono ai centri, per quanto vittime di violenza anche fisica, ricordano più le offese e le umiliazioni ricevute che uno schiaffo.
Nell’82% dei casi chi fa violenza su una donna non bussa, ha le chiavi di casa, si legge in “… Questo non è amore”, il rapporto annuale sulla violenza di genere divulgato a cura della Polizia di Stato che, con i dati aggiornati al 2019, parla di 88 vittime ogni giorno: una donna che ha subito violenza ogni 15 minuti.
A complicare il quadro del 2020 è poi arrivata la lunga serie di restrizioni dovute alla pandemia che hanno portato tantissime delle donne vessate da comportamenti violenti a dover necessariamente convivere con quelle persone dalle quali in lockdown non sono più riuscite a prendere le distanze.
Così, negli 87 giorni di lockdown per l’emergenza coronavirus (9 marzo – 3 giugno 2020)sono stati 58 gli omicidi in ambito familiare-affettivo: ne sono state vittime 44 donne (il 75,9%) e in 14 casi gli uomini.
Ciò significa che, durante il lockdown, ogni due giorni una donna è stata uccisa in famiglia.
Nel 2020, in termini assoluti, rapportando il numero dei femminicidi familiari alla popolazione femminile residente, la Sardegna, con le sue 59 vittime al 23 novembre 2020, è la seconda regione più a rischio, preceduta soltanto dalla Liguria.
Ciò che però preoccupa, è che nella fase acuta della pandemia in Italia sono aumentate le criticità familiari e le violenze domestiche ma non altrettanto le denunce alle forze dell’ordine.
La chiamata al 1522 è uno dei pochi strumenti a disposizione di chi è costretta a rimanere in casa con un convivente violento; il numero, messo a disposizione dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è sempre attivo, anche ora, ed è utilizzabile 24 ore su 24.
Sono 17 le richieste d’aiuto giunte chiamando il 1522 da dispositivi mobili o fissi localizzati nella Provincia di Nuoro durante il periodo di lockdown marzo-giugno 2020e di queste sono solamente 8  le donne che, fornendo i propri dati anagrafici, hanno cominciato un percorso di uscita dalla violenza, difficilissima non soltanto da denunciare ma anche da ammettere a se stesse e da riconoscere perché spesso identificata a livello di percezione solamente con lividi e percosse o con un epilogo più estremo.
Il femminicidio è tra i più utili neologismi inventati ai giorni nostri proprio perchè finché le cose non hanno un nome purtroppo sono invisibili, ma la violenza contro le donne non può essere identificata solamente con il suo epilogo più efferato che quasi sempre è solamente la fine di un percorso di violenze “meno eclatanti” e invisibili per chi non le vuole vedere ma non per questo meno dolorose per chi le subisce quotidianamente.

“La donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che la società vorrebbe che fosse”, si legge nel report della Polizia di Stato, “… Questo non è amore” dove si chiarisce che non si possono mescolare le statistiche sui femminicidi con quelle sulla violenza di genere: in quest’ultimo caso (stalking, violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia) si fa riferimento alle denunce, non alle condanne, mentre per il dato sugli omicidi è definitivo.
È chiaro a tutti quanto il Covid stia riproponendo drammaticamente una risposta, sia individuale che collettiva, in cui le donne sono chiamate a ritagliarsi una grande porzione del loro tempo individuale per la cura dei figli e degli anziani. Le misure di lockdown stanno incidendo tantissimo sulla libertà individuale di muoversi e da un punto di vista sociale, siamo chiamati, per la sicurezza di ognuno, a prendere precauzioni che ci devono accompagnare nella condotta quotidiana, ma che implicano anche rinunciare alla libertà di potersi allontanare da certe situazioni insidiose.
Si sta verificando una contrazione verso il privato che tende in qualche modo a riproporre, valorizzare quelle relazioni e “dinamiche familiari deviate”, dalle quali le donne ci hanno messo decenni a liberarsi.
L’isolamento sociale, quindi, in molti casi causa l’instaurarsi anche di stili di vita e atteggiamenti psicologici che rappresentano un dramma per le donne e anche per le nuove generazioni.
Il lockdown ha isolato le donne e ha contribuito fortemente alla costruzione della loro vulnerabilità.
“Il 2020 doveva essere un’opportunità irripetibile per donne e ragazze. L’anno in cui governi, imprese, organizzazioni e individui che credono nella parità di trattamento per tutte le persone avrebbero sviluppato un piano quinquennale su come lavorare insieme per accelerare il progresso verso l’uguaglianza di genere, per celebrare il 25° anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma d’azione. Poi il COVID-19 ha colpito. Ora, il 2020 rischia di essere un anno di battute d’arresto irreversibili e di progressi persi per le ragazze. A meno che il mondo non agisca in modo rapido e deciso, l’impatto sul futuro delle ragazze – e su quello di tutti noi – sarà devastante”.
Così riporta in questi giorni il Global girlhood report2020 di Save The Children, che fa il punto sulle condizioni di vita delle bambine e delle ragazze dei paesi del Sud del mondo evidenziando come le conseguenze della pandemia costituiscano una nuova minaccia al raggiungimento dell’uguaglianza di genere in molti paesi. Non parliamone soltanto il 25 novembre.

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