Che cosa dobbiamo fare?
di Michele Casula

13 Dicembre 2021

4' di lettura

Nel Vangelo della terza domenica di Avvento risuona per tre volte la domanda: «Cosa dobbiamo fare?». Domanda che pongono le folle a cui Giovanni risponde «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Domanda che pongono i pubblicani ai quali risponde: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati, che gli pongono lo stesso interrogativo, ricorda: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Le tre risposte sono i gradini della crescita nell’amore: vivere la giustizia sociale, crescere nel rispetto, arrivare ad una vera condivisione di se stessi dentro un popolo, rappresentato dalle folle. Tutto questo è condizione per possedere la gioia interiore che nasce dalla consapevolezza che il Signore è vicino (seconda lettura) e questa certezza porta a vivere lieti, non angustiati, pieni di fiducia. Il Signore è vicino non ha solo una connotazione temporale, ma esistenziale: nel mistero dell’Incarnazione Dio si fa prossimo all’umanità, entra nella storia umana, per trasformarla in una storia di salvezza e, quindi, mostrare all’uomo unnuovo modo di vivere. Scoprire che Dio è in noi porta ad una vita nuova, non più nella paura e nell’angoscia, ma nella serenità d’animo, nella libertà dalla schiavitù delle cose. La domanda che pongono a Giovanni è la stessa domanda che ogni cristiano deve porsi, partendo dalla volontà vera e dal desiderio di un autentico incontro con il Signore. Solo se viviamo questa dinamica di fede avremo la gioia autentica dell’essere popolo di Dio. Una ulteriore riflessione nasce dalla risposta di Giovanni a chi gli chiedeva se fosse Lui il Messia: «…ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali» . Il cristiano non deve porre se stesso come punto di riferimento ma il Signore che, come comunitàcristiana, dobbiamo sempre saper mostrare al mondo. Questo è il vero atteggiamento di ogni discepolo, ma lo è ancora di più per chi ha compiti e servizi nella Chiesa, come ci ricorda con insistenza quasi quotidiana papa Francesco. Dio viene, (Giovanni parla al presente), e non possiamo non cogliere la sua presenza come una presenza in mezzo, dentro la mia vita, dentro i miei giorni, nella ferialità, nella semplicità della vita umana e quotidiana. Affinché il popolo sia preparato all’incontro con Dio, «Giovanni non richiede di fare sacrifici e olocausti, di recarsi più volte al tempio per partecipare alle solenni liturgie, di rispettare calendari liturgici o di fare particolari digiuni, ma chiede azioni umanissime» (E. Bianchi). Giovanni con le sue risposte provoca anche noi ad essere più poveri, a condividere non solo qualche bene materiale ma tutta la nostra esistenza, ad essere onesti nel lavoro e mai violenti. Guardando a Gesù la risposta diventa ancora più ampia e definitiva e con una motivazione più profonda e vera: il bene che facciamo, l’amore con cui riempiamo i nostri gesti quotidiani in famiglia, sul lavoro nella società ci rendono sempre più somiglianti a Gesù, ci fanno essere sempre più noi stessi secondo il disegno di Dio. Il mondo ha bisogno di vedere Gesù Cristo presente, e questo è possibile non se aspettiamo un leader religioso (e tanto meno politico) che risolve tutti i problemi al posto nostro con forza e rapidamente, ma diventa possibile se ogni battezzato vive come Gesù, ne assume lo stile e ne copia il più possibile i gesti e le parole. «Celebrare con rinnovata esultanza il Natale del Signore» ha come fondamento la conversione di se stessi, la logica dell’amore fatto di gesti concreti, l’umiltà del servizio. © riproduzione riservata L’immagine: Alessandro Allori, Predica del Battista (1604), Gallerie degli Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria Palatina

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