«C’è sempre una speranza»

Dopo la tragedia che ha sconvolto la sua famiglia e il paese di Galtellì, il sindaco Giovanni Santo Porcu pensa ai giovani e al rapporto tra genitori e figli «Nel momento in cui ci si relaziona in famiglia cambia la comunità. Il male non può vincere sul bene». Riproponiamo le sue parole, pubblicate sul settimanale del 21 gennaio scorso.

È una domenica mattina assolata ma fredda a Galtellì, qualche nube nasconde la cima del Tuttavista. I vicoli del borgo appaiono deserti e silenziosi ma l’aria odora del fumo dei caminetti accesi, oltre i muri scorre, nonostante tutto, la vita.
Sono passati sei giorni da quando Francesco ha deciso di togliersi la vita, il suo nome è ancora su tutti i muri. Il parroco don Ruggero Bettarelli ci accompagna a casa dei genitori Giuseppina e Giovanni Santo Porcu che è anche il sindaco del paese. Non siamo qui per rendere pubblico un dolore privato ma per condividere una riflessione a partire proprio dalle parole pronunciate dal padre di Francesco ai funerali.
Lui stesso ci spiega perché abbia deciso di parlare. «Avevo iniziato a elaborare il dolore, potevo stare a piangere come era normale sfogarsi – dice – ma allo stesso tempo ho pensato ai ragazzi della mia comunità, che non partisse qualcosa come lo spirito di emulazione, guai, guai a pensare che non c’è una speranza a ogni problema! I ragazzi devono pensare che quando si trovano nello sconforto la cosa facile non è prendere una fune, non è gettarsi sotto un pullman, non è prendere un’arma, ma la cosa più immediata è voltarsi al fianco e riferirsi al genitore, al babbo o alla mamma, alla nonna, al padrino, all’amico, al sacerdote, al sindaco. Anche io – racconta – ho ricevuto tanti giovani che chiedevano consiglio, questo mi ha sorpreso, mi ha fatto piacere. L’ho detto in altre circostanze ai giovani, la mia porta era sempre aperta, ho sempre frequentato le scuole e tutti mi conoscono perché mi piace essere alla portata di tutti. Cerco di essere quanto più presente. Questo cerchiamo di fare, a volte si riesce a volte no, questa è la strada che ogni cristiano deve cercare di perseguire: non dobbiamo essere egoisti, pensare ognuno per se stesso, dobbiamo pensare che di fronte abbiamo tante persone. E poi – aggiunge – non siamo nessuno per giudicare nessuno».
Pensa al rapporto tra giovani e adulti, in famiglia, Giovanni Santo Porcu, «mi chiedo, dobbiamo chiederci, se è cambiato qualcosa ultimamente nelle famiglie. Almeno a tavola teniamo spento il televisore? Dopo che sei mancato 10 ore da casa hai chiesto ai tuoi figli “cosa avete fatto oggi? Cosa avete visto?”. Nel momento in cui c’è silenzio nasce una interlocuzione, il bambino fa il bambino, l’adulto fa l’adulto, può suonare un campanello d’allarme, o semplicemente nasce un discorso di educazione a partire da semplicissime cose. Nel momento in cui ci si relaziona in famiglia cambia la comunità».
Certamente le nostre società sono in evoluzione, lo riconosce il sindaco: «Conosco luoghi in cui il degrado è grande, giovani che non hanno un minimo di partecipazione alla vita di comunità, Galtellì ha uno zoccolo duro, ultimamente però c’è un rilassamento ma a tutti i livelli, sto sentendo dirigenti scolastici che fanno il punto su come sta andando la didattica. Nelle scuole quali argomenti si affrontano nelle assemblee mensili? Ragioniamo a largo spettro su cosa c’è che non va affinché la formazione culturale e civile sia attinente ai valori che i genitori stanno lasciando. A volte i bambini escono dalle nostre comunità con una certa formazione poi si scontrano con una realtà più vasta ma in questo confronto il più forte tiene a stare in alto: se il più forte ha dei sani valori la classe o l’istituto vanno in una direzione, se in alto ci sono figure votate alla prepotenza i più deboli o soccombono o si lasciano influenzare ». Ma non si può cedere alla rassegnazione: «Sì, ci sarà sempre una minima percentuale di resistenza che non si può controllare ma il male non può mai vincere sul bene, se tra cento persone 3 ragionano per il male ma le altre 97 perseverano per il bene ci sono più probabilità che i tre vengano riassorbiti».
Nel suo intervento ai funerali un altro passaggio faceva riflettere, e ci si domanda come conciliare un ruolo pubblico o comunque il proprio lavoro con la famiglia: «Al di la che sia sindaco, o amministratore, prima di tutto sono un padre o anche solo un marito perché anche la moglie ha bisogno di attenzioni, il lavoro non deve alzare barriere. Spetta alla nostra intelligenza capire se il lavoro si sta prendendo spazi da dedicare alla moglie o ai figli. Conosco tantissimi pendolari che si muovono alle sei e ritornano alle sei di sera, poi la domenica cercano di recuperare… o c’è chi anche nei giorni liberi sceglie di continuare a non esserci. Serve una presa di posizione anche da quel punto di vista, ecco il richiamo alla genitorialità, non è solo metterli al mondo i figli, i figli vanno seguiti in tutto, al di la di quello che si fa. Se non si vive un rapporto con i figli, se non si sviluppa capacità relazionale hai voglia di sentire sensi di colpa, sei stato assente, dobbiamo avere questa scossa. A volte tendiamo a delegare ma dobbiamo trovare quotidianamente lo spazio – insiste nuovamente su questo aspetto –, per cogliere le cose belle come quelle negative. Spetta all’adulto capire se i figli lanciano segnali».
Già, i figli. Giovanni e Giuseppina hanno altre due figlie, per loro andranno avanti, con il conforto della fede. «Il cratere c’è, la ferita rimane – ripete – bisogna darsi a una profonda fede. La tragedia non deve precludere niente alle altre due bambine, non devono vederci nello sconforto più totale perché anziché essere uno a mancare arriveremo ad essere in quattro. Come genitori abbiamo il dovere di ripartire, mettere loro nelle condizioni ottimali per prendere la strada della scuola, dello studio, per vivere l’infanzia e gli appuntamenti di vita che le aspettano e che devono essere raggiunti senza che noi andiamo a intaccare questi obiettivi. Francesco resterà al centro di questo cratere che si è formato e che sempre tornerà, ma la tragedia non dovrà in nessun modo intaccare questo percorso di vita delle due figlie. È un lavoro duro, che deve essere fatto nel tempo, quotidianamente, deve essere fatto altrimenti si rischia di soccombere, se andiamo a rinchiuderci siamo una famiglia distrutta e non lo possiamo permettere. La strada è in salita ma con l’aiuto di Francesco sarà foriera di altre soddisfazioni che le nostre bambine sapranno darci».
E poi racconta, ed è impossibile non commuoversi pensandoci, come abbia spiegato quello che è accaduto alla figlia più piccola: «Alla bambina ho detto: Gesù è venuto e mi ha chiesto la disponibilità di Francesco perché nel mondo ci sono tanti bambini che soffrono e hanno bisogno di aiuto quindi Francesco adesso ha le ali e si sposta e va lontano dove c’è tanta sofferenza, lui è utile lì. Come Babbo Natale usa gli elfi per fare i regali e i pacchi di Natale così Gesù nel mondo si appoggia agli angeli che vanno ad aiutare chi soffre, chi vive nel freddo, nella fame. Lei adesso se lo immagina come una figura celestiale e per la sua dimensione va bene così. Per noi in qualche modo è lo stesso, il Signore ce lo ha chiamato, ce l’ha fatto conoscere, ce l’ha fatto apprezzare per quello che era allo stesso tempo ci ha detto “mi serve da un’altra parte”, il gesto non ci fa pensare che sia diversamente, che Francesco sia da un’altra parte a svolgere un servizio che per forza deve fare. Ce l’ha tolto, il Signore ci dà gioie e ce le porta via non perché ci deve punire. Anche lui è venuto sulla terra e se n’è andato via messo in croce, e una mamma ha vissuto lo stesso questa sofferenza di vedere un figlio vivo essere crocifisso. Francesco è stato messo in croce ed è andato dall’altra parte e quindi me lo immagino al servizio del Signore da un’altra parte».
Oltre il dolore resta il calore delle persone, a partire da quello dei propri familiari. «Abbiamo sentito tantissima vicinanza. Il primo passo è quello di sentire l’appoggio della famiglia, i familiari stretti, ci ritroviamo tutti a tavola e abbiamo bisogno di questi spazi ». Il calore si propaga come a centri concentrici, dalla famiglia alle famiglie: «Dalla mattina alla sera non c’è sosta, senza contare quello che ricevo al cellulare, ci sono tante istituzioni e associazioni che mi hanno scritto, sentiamo una forte coesione e risposta, un calore umano che ci permette di farci ulteriormente forza e su cui appoggiarci. Appoggiarsi sui familiari è normale, avere il calore delle persone esterne è altra energia, serve anche questo, non viviamo solo nel contesto familiare».
Il conforto è anche quello della Chiesa, le parole e la presenza del Vescovo la sera della morte di Francesco e ai funerali, e poi c’è don Ruggero che qui è di casa, si percepisce un’amicizia profonda con questa famiglia, un appoggio sicuro che non è mancato in questa circostanza come in quelle più liete e che non mancherà in futuro. Prima di uscire uno sguardo cade sulle fotografie incorniciate e in vista su una piccola credenza, sono volti di figli che sorridono, spetta a tutti custodire e coltivare la loro bellezza.

© riproduzione riservata

La pagina del settimanale con le parole del sindaco

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