Carlo Sarria, il mio Jamboree

Il racconto del raduno mondiale degli scout vissuto negli Stati Uniti d’America
La dimostrazione che con la conoscenza e il rispetto un mondo fraterno è possibile

Sto volando su un Airbus 330, a undicimila metri di quota sopra l’Oceano Atlantico e sto rientrando a casa. Se solo ci ripenso, non riesco a crederci: torno dal 24° World Scout Jamboree, un’esperienza meravigliosa a 14 anni, segnata anche dal mandato affidatomi prima della partenza, a nome della città, dal vicesindaco Sebastian Cocco: «Sii costruttore di nuovi ponti per connettere nuovi mondi». Una bella responsabilità, toccata proprio a me, unico nuorese, addirittura investito del ruolo di ambasciatore nel Municipio della mia città: mai avrei immaginato tutto questo… Ma, forse, non tutti sanno chi sono gli scout e cos’è il Jamboree. Tutto comincia nel 1907, nell’isola di Brownsea quando Sir Robert Baden Powell (B. P.) organizza un campo per ragazzi al fine di «educare. Non istruire, si badi bene, ma educare; cioè spingere il ragazzo ad apprendere da sé, di sua spontanea volontà, ciò che gli serve per formarsi una propria personalità». Gli strumenti che utilizza B. P. sono la vita all’aria aperta, il contatto con la natura, l’avventura e il gioco, organizzando i ragazzi in gruppi secondo l’età. Da quel momento parte la grande avventura dello scoutismo che si diffonde in tutto il mondo senza distinzioni di culture, razze e religioni, sino a contare oggi oltre 40 milioni di scout in 250 Paesi.
Il Jamboree, invece, nasce nel 1920, agli albori dello scoutismo, dopo la tragica esperienza della prima guerra mondiale, quando Baden Powell organizza a Londra un campo fisso con migliaia di giovani scout da tutto il mondo per dimostrare che lo scoutismo è in grado di riunire tutti i popoli, sia vincitori che sconfitti, in uno spirito di pace e fratellanza.
La parola “Jamboree” formata dai termini inglesi jam (marmellata) e boy (ragazzo) vuole indicare un evento nel quale tutti gli scout del mondo si possono incontrare, condividere un campo e creare una vera “ marmellata” di colori e usanze. Dal 1920 ad oggi si sono svolti 24 Jamboree (13 in Europa, 5 in Asia, 4 in Nord America ed uno rispettivamente in Oceania ed in Sud America). L’ultimo raduno mondiale è quello che mi ha visto coinvolto in prima persona: si è svolto negli Stati Uniti, in West Virginia, nella Summit Bechtel Reserve, una riserva naturale di 14mila acri (5.667 ettari) con 40 chilometri quadrati di meravigliose foreste, affiancate da più di settantamila acri di parco nazionale e dal fiume New River.
Un appuntamento, questo del 2019, organizzato per la prima volta da tre paesi (Messico, Canada e Stati Uniti), proprio per andare oltre i muri e le divisioni, con tre lingue ufficiali: inglese, francese e spagnolo, secondo il motto “ Unlock a new world” (Sblocca un mondo nuovo) e “ Unlock new adventures, new cultures and new friendship” (aprirsi a nuove avventure, nuove culture e nuove amicizie per guardare il mondo con “nuovi occhi”). Un messaggio impegnativo di accoglienza, bellezza e amore per la natura e per 12 giorni insieme a 45mila scout da tutto il mondo, dei quali 1.200 del Contingente Italiano; ho vissuto un’esperienza indimenticabile, catapultato in una dimensione nuova densa di amicizie e avventure.
Le prime grandi emozioni le ho provate durante la cerimonia di apertura, dove tutti assieme, ancora increduli e frastornati dal viaggio, entusiasti di iniziare, abbiamo rinnovato, ognuno nella propria lingua, la promessa scout. Tra musica e grida al cielo nel buio della notte, l’esibizione aerea dei droni illuminati ha acceso gli animi; uno spettacolo che ha permesso a ognuno di noi di sentirsi a casa.
Dal giorno dopo sono iniziate le attività tutte ispirate al dinamicismo dei Boy Scout of America, sempre più intense e divertenti. Così ho praticato rafting sulle rapide del New River, ho sparato al poligono con una carabina Winchester, ho fatto tiro con l’arco, attività acquatiche e immersioni subacquee con le bombole, mountain bike, camminato su percorsi sospesi sugli alberi e tante altre attività.
Una giornata particolare è stata quella del “Cultural Celebration Day” dove ogni reparto ha allestito e condiviso un’esposizione di usanze, cibi e tradizioni del proprio paese. Così ho scritto il mio nome in giapponese, imparato un gioco di carte argentino, cantato con gli inglesi, assaggiato dei biscotti spagnoli mentre nel nostro campo americani, cinesi, africani e iraniani mangiavano pasta e pizza e cantavano “Volare”.
Nella giornata dedicata ai servizi religiosi abbiamo partecipato alla Messa cattolica in inglese presieduta dal Nunzio apostolico degli Stati Uniti, l’arcivescovo Christophe Pierre, concelebrata dagli assistenti ecclesiastici degli scout cattolici.
La cerimonia di chiusura, nell’abbraccio tra scout di tutto il mondo, sotto una pioggia di musica e di fuochi d’artificio, mi ha commosso lasciandomi un ricordo indelebile ed una certezza che non dimenticherò: la fratellanza scout non è un ideale impossibile ma una realtà che si può realizzare concretamente e che io ho vissuto in questi giorni caratterizzati dalla conoscenza e dal rispetto reciproco.
Ho vissuto insieme a ragazzi e ragazze di altre religioni, di altri Paesi, con un altro colore della pelle e con un pensiero diverso dal mio.
Proprio per questo possiamo sbloccare un mondo nuovo, perché anche essendo diversi l’uno dall’altro siamo tutti fratelli sotto la nostra promessa e attraverso la condivisione della legge scout. Tutto questo è a volte molto faticoso, ma con l’aiuto di Dio noi scout possiamo fare del nostro meglio.
E ora, ripensando a tutto questo, nel mio posto d’aereo, mi torna la nostalgia di casa, e sento la consapevolezza che sono stato mandato per essere un ambasciatore e quello che ho vissuto non è un’esperienza da tenere solo per me. Ora so che il mio Jamboree continua nella vita di ogni giorno anche qui, nella mia Nuoro.

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