Attendere Lui ci tiene svegli

In realtà la nostra vita è sempre in Avvento: non c’è nessuno che non abbia propositi, attese e speranze. Sono un pane quotidiano necessario, creando futuro, non ci fanno accontentare del presente. Per i credenti inoltre il tempo liturgico ci spinge (costringe) ad avere uno sguardo più ampio, per accogliere Colui che vuole venire da sempre nella nostra vita. Per questo, il primo salutare atteggiamento da coltivare è l’attesa di questo incontro, tanto più in tempi come i nostri, segnati da sguardi parziali e prospettive monche.

“Attendere” – infatti – ci fa bene, ci dà slancio, ci sveglia da un torpore spirituale ed umano fatto di abitudini, staticità, perfino noia. Anche solo umanamente attendere qualcuno, desiderare di incontrarlo, nobilita il nostro vivere e ci permette di concentrare energie e attenzioni verso un altro. Troppe volte uno sguardo spento e attese ridotte ci impediscono di cogliere la ricchezza di chi ci viene incontro, archiviato spesso con le classiche formule: “non mi aspetto nulla” o “niente di nuovo”.

Anche Dio rischia di entrare in questo sguardo rimpicciolito, in una rete che non prevede sorprese né incontri decisivi. Persuasi che l’attesa logora, non ci accorgiamo del nuovo che viene. Invecchiamo e intristiamo, paurosi del futuro. Non ci siamo allenati ad attendere nulla, peggio, non riusciamo ad ammirare ciò che è venuto in noi e attorno a noi. E rimaniamo senza speranza.

In realtà Dio ama essere desiderato, voluto. Solo chi ne fa un programma di vita riesce – dopo – ad accorgersi del rischio che ha corso: quello di non incontralo. Lui vuole essere atteso come Unico, irripetibile, come uno Sposo che incontra (finalmente) la sua sposa. Per questo arriva da “lontano” scegliendo la discrezione dell’inatteso e l’umiltà dello sconosciuto. Chiede di entrare, senza forzare o costringere, e bussa come uno che chiede attenzione e disponibilità. Il nostro è un Dio che sceglie di farsi uomo con un Avvento che lo rende vicino e continuo
alla nostra storia, anzi – di più – immerso totalmente in essa, fino a permetterci di liberare energie nuove per aprire e camminare anche noi su strade inedite, non ancora sperimentate, arricchite da un’esperienza libera di fiducia, di gioia e di speranza. La buona notizia è questa: Gesù dimostra che Dio non è disinteressato alle nostre vicende, le assume anzi direttamente, facendosene carico e portandole a una salvezza inaspettata.

È vero, ci vuole coraggio ad attendere Uno così! Non basta saperlo, non è sufficiente neanche metterlo in agenda come un appuntamento stabilito, così come non ci si può accontentare di abbellire esternamente gli ambienti che frequentiamo. Lui merita ben altra accoglienza. Ha per noi doni della parola e del pane di vita, e per farlo intende rompere tutti gli ingombri che ci impediscono di percepirlo, vederlo e seguirlo. È esigente. Non si accontenta dell’ospitalità, ma vuole essere protagonista nelle nostre scelte. Non si ferma solamente a incontraci uno alla volta, ma preferisce pensarci insieme, come comunità, come popolo, a cui riconsegnare il compito di rendere vivibile, bella e accogliente questa nostra terra.

Sì, ci vuole coraggio. Meglio essere consapevoli di non aver mai iniziato ad attenderlo veramente. Forse, solo così, quest’anno potremo iniziare a farlo. Invocando con gioia: Vieni Signore Gesù!

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