“Assandira” non solo si canta

Il 6 settembre al Lido di Venezia per la Mostra del Cinema, il 9 nelle sale italiane, esce l’ultimo capolavoro cinematografico del regista Salvatore Mereu intitolato Assandira, liberamente tratto dall’omonimo romanzo del celebre scrittore e antropologo sardo Giulio Angioni.
Nella trasposizione cinematografica di uno straordinario racconto, ambientato in uno dei tanti agriturismo sardi, chiamato “Assandira” come il noto ritornello della tradizione popolare musicale sarda (« Assandira non solo si canta»dice il personaggio di Angioni nel racconto), tutti gli accadimenti appartengono a un luogo immaginario ma vero allestito già nel libro come un set in cui con pose ed oggetti si spettacolarizza e si mercificano cultura, tradizione popolare sarda e duro lavoro del pastore, il tutto in nome del “bisogno” di un visitatore contemporaneo in cerca di stories da condividere sui social.
A interpretare il ruolo del protagonista, il pastore sardo Costantino Saru, è Gavino Ledda che grazie al nuovo set potrebbe riuscire ad allontanare dall’immaginario collettivo il suo essere eterno Padre padrone e che inAssandiraMereu trasfigura nel figlio ribelle che diventa padre e cerca di resistere (e di opporsi invano) al nuovo modo di vivere e “far vivere” ai turisti la Sardegna, in nome della più sfrenata mercificazione dell’accoglienza: una caricatura della “sarditudine” attraverso la finzione, costruita a uso e consumo del visitatore che oggi più che un’esperienza autentica vuole portarsi a casa il selfie che fa mostra del mestiere del pastore anche se si tratta di una forzata ricostruzione: nel racconto di Angioni il pastore Costantino continua ad interrogarsi su cosa mai ci possa essere di bello e divertente nel duro lavoro del pastore per far divertire i turisti.
Ho un DNA che per metà mi lega a tutte le straordinarie storie raccontate nei romanzi e negli scritti di Giulio Angioni, storie di vita che scorre nelle aree cerealicole della Trexenta e non ho fatto mai mistero della mia passione per le sue analisi antropologiche in cui ritrovo vita, aneddoti, abitudini e insegnamenti dei miei nonni materni. Quando qualche tempo fa conversando con un suo allievo, Francesco Bachis, raccontavo di essere per metà dorgalese e per metà di quelle terre, sorrise e mi disse che il suo maestro (già scomparso da qualche anno) avrebbe senz’altro avuto tanto da raccontarmi di quello strano “mix” genetico che scorreva nelle mie vene e che più di tutto sarebbe stato curioso di sapere come riuscissi a far convivere in me due “anime sarde” culturalmente così distanti. Ecco, quando ho letto che Salvatore Mereu, dorgalese, avrebbe portato in scena il racconto di Assandira ho immaginato che idealmente quelle due anime si sarebbero ricongiunte in un capolavoro cinematografico ed è per questo che non vedo l’ora di vedere quel film, poiché il racconto è di Giulio Angioni ma la trasposizione è tutta del regista di Sonetàula e Bellas mariposas, Ballo a tre passi e numerosi corti che ho semplicemente amato, uno per tutti Miguel.
La pellicola arriva come un boomerang, a farci ulteriormente riflettere su un futuro economico e culturale di quest’isola, da non scindere mai da quello sociale e antropologico, a conclusione della stessa estate in cui abbiamo mostrato sdegno “virale” per un ciondolo griffato a forma di pecora che simboleggiava i sardi in una cartina dell’Italia e in cui nella prima pagina del Corriereil Governatore sardo viene caricaturizzato nelle veci di un pastore alla guida di un gregge di “untori” di Covid, elogi inconsapevoli vestiti da calunnia.
Nessuna trama, nessun racconto sarebbe potuto essere più pertinente, in questo strano tempo in cui da sardi facciamo i conti con l’aver svenduto la nostra anima e il bene più prezioso di tutti, la salute, in nome di un turismo sfrenato e senza regole che ci si è ritorto contro restituendoci un autunno che è ancora alle porte ma che già mostra le sue insidie: ci ritroviamo a interrogarci su quale possa essere nel presente, il giusto compromesso tra accoglienza e salvaguardia del proprio paesaggio, inteso come storia, tradizioni, arte, cultura, lingua e popolo, da non piegare al profitto.
La lezione del fuoco che segna il finale (che poi è l’inizio) della storia nel racconto di Angioni è la metafora dello scotto da pagare per non esserci posti il problema fin dall’inizio.
Andare al cinema a vedere Assandira è scoprire che la Sardegna è in quei fotogrammi girati nei boschi di Foresta Burgos da Salvatore Mereu e nel racconto delle atmosfere che Giulio Angioni ha ambientato a Gennamari nel possedimento di Costantino Saru e io ringrazio idealmente entrambi per la grande riflessione di cui soprattutto in questo strano tempo c’è gran bisogno. «E come un disco rotto Mario (il figlio) ripeteva quel ragionamento: “Se siamo una terra per turisti, e noi siamo una razza di pastori, dobbiamo essere i pastori, ma per i turisti”. E costantino il padre. “Una razza nuova di pastori camerieri?” “Ecco sì, magari, babbo, sì! Io sono cameriere, però nato pastore”. E il padre. “Meglio un cameriere vero di un pastore finto”». [Dialogo tra il padre pastore Costantino Saru e il figlio Mario tratto da Assandira di Giulio Angioni,Sellerio 2004].

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