Antonio Monni, l’avvocato senatore

«Troppo consapevole del groviglio di interessi e di compromessi, non era proprio adatto alla politica, era un uomo di grande onestà e rigore morale…», così Indro Montanelli nel suo intervento durante le celebrazioni per il centenario della nascita dell’amico senatore Antonio Monni (Orgosolo 1895Nuoro 1979). Quarto di sette figli, la madre di 45 anni più giovane del marito, il padre alle sue seconde nozze, di origine dorgalese era flebotomo ed erborista e aveva introdotto le rose e le palme ad Orgosolo, dove era stato sindaco per nomina regia. Primi studi in seminario a Nuoro poi al Liceo Azuni di Sassari dove, per mantenersi agli studi, aveva fatto il correttore di bozze allaNuova Sardegna. Pubblicista dal taglio diretto e polemico, aveva collaborato con La Nuova, L’Ortobene e Il Giornale d’Italia.
L’avvocato Antonio Monni, primo laureato di Orgosolo, considerato uno dei più grandi penalisti della Sardegna, ha voluto sempre tutelare gli interessi delle vittime e mai degli imputati e presunti colpevoli, scelta drastica e mirata la sua.
Abbiamo voluto incontrare il figlio Riccardo (Nuoro, 1943), giornalista in pensione (ha collaborato con La Nuova Sardegna, la Repubblica, QN) che fin dall’età di 5 anni ha vissuto a Roma e da oltre 30 vive a Firenze.

Che padre è stato Antonio Monni?

«Era splendido, paziente e pieno di conoscenze che sapeva trasmettere con dolce calma. Sensibile e generoso con tutte le persone bisognose che entravano in contatto con lui. Fino alla fine e senza mai voler apparire, si è preso cura attraverso la Chiesa dei bambini bisognosi. Ricordo la sua grande passione per la caccia, passione che non significava desiderio di ammazzare gli animali, ma era il suo modo per entrare in sintonia con la natura. Da giovane raggiungeva il Supramonte a cavallo per andare a caccia portando con se anche mia madre e con lei trascorreva in tenda diversi giorni. Amava fotografare e studiare le piante, felice quando poteva immergersi in un bosco sconosciuto. Aveva solo 33 anni quando nel ’28 propose la costituzione del Parco Nazionale del Gennargentu purtroppo mai realizzato e di questo ne ha sofferto moltissimo. Nel 1962 aveva fatto inserire il progetto del Parco nel Piano della Rinascita».

Quale il suo obiettivo?

«In quel paesaggio incontaminato di rocce, montagne e mare, riponeva la chiave dello sviluppo economico della Sardegna, fatto di turismo, di tradizioni, di prodotti unici e nella sua bellezza e nella sua abbondanza vedeva il futuro della Sardegna. Grande precursore dei tempi, intravvedeva nel turismo legato ad un’agricoltura e zootecnia moderne un’attività produttiva più stanziale e garantita di quanto non lo fosse quella dei pastori, i quali, al contrario, volevano difendere la loro totale indipendenza sulla terra comunale. Il saper valorizzare il territorio con strutture ricettive e moderne avrebbe comportato la salvezza dei sardi e lo sviluppo della Sardegna. Quello che lui voleva è stato realizzato in parte e con altro spirito da altri, non sardi».

A casa si parlava di politica?

«Discutevamo spesso di politica senza che mai questo argomento fosse causa di litigio, perché mio padre sapeva ascoltare tutti: io ero extraparlamentare, mio fratello comunista, mia madre socialista e figlia di socialisti, mia sorella simpatizzante monarchica. Amava sostenere che oltre la democrazia non esistono altre forme di governo».

Oltre la caccia e la pesca, quali erano le sue passioni?

«Amava tutto quello che era la vita, calcio, cinema, teatro e rivista, la pittura e la musica, passioni che trasmise a noi figli. Da autodidatta aveva appreso gli accordi fondamentali e la sera davanti al caminetto strimpellava la chitarra cantando per noi canzoni in sardo. Era un grande sportivo. Seguiva con entusiasmo il ciclismo, il calcio, la boxe, il sollevamento pesi, allora c’erano molti sardi pugili e Nuoro era la fucina di pesisti di fama. Ma la caccia rimaneva la sua più grande passione. È stato Presidente nazionale della Federazione italiana Caccia, aveva anche fondato a Nuoro il circolo bocciofilo che riteneva un luogo di aggregazione culturale».

Quale era il suo libro preferito?

« L’uomo senza qualità di Musil (1880/1942) romanzo-saggio dove fra morale, filosofia, psicologia e sociologia si snoda la vana ricerca di una conciliazione fra l’io e il mondo».

Che carattere aveva?

«Era molto riservato, sapeva distinguere le persone con cui aprirsi. Sono l’ultimo di sei figli, nato quando lui aveva quasi 50 anni e oggi posso dire con convinzione che i padri migliori sono quelli non più giovani. Orgoglioso di me perché fisicamente gli rassomigliavo tanto (ero magrissimo), da bambino mi portava a spasso al corso tenendomi stretto a lui con la sua enorme mano poggiata sulla mia spalla e, fermandosi a salutare le persone, diceva “Questo è Riccardino” ».

Quali erano le sue frequentazioni abituali?

«Frequentava tutta l’intellighenzia dell’Atene sarda. Sotto il fascismo aveva costituito un circolo letterario con sede in piazza San Giovanni. Era amico di Salvatore Satta, che considerava un bravissimo magistrato, di Francesco Ciusa, Biasi, Ballero e Giovanni Antonio Sulas, che verso mio padre nutriva un religioso rispetto».

Come trascorreva la giornata?

«Leggeva e studiava, lavorava molto la notte. Nel suo studio al piano terra riceveva il pubblico fino alle due e alle tre di pomeriggio, scriveva lettere, interventi e relazioni. La famiglia si riuniva a cena».

Il suo rapporto con la religione?

«Pur non essendo bigotto non rinunciava mai alla Messa domenicale. Ricordo il suo ultimo Natale, particolarmente freddo e gelido, quando uscito di casa per assistere alla funzione religiosa, aveva contratto la polmonite che fu la causa della sua morte, avvenuta pochi giorni prima del 50esimo anniversario del suo matrimonio. Per la ricorrenza aveva scritto a mia madre una poesia che purtroppo non fece in tempo a leggere».

Dal 1979 Antonio Monni riposa nel vecchio cimitero di Nuoro nella sobria ed elegante cappella gotica della famiglia di sua moglie, Tina De Bernardi.

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Il profilo.

Fondatore del partito della Democrazia cristiana nuorese con Mannironi e i fratelli Murgia, eletto dal Comitato di Liberazione sindaco di Nuoro dal ’44 al ‘46 alla guida di una coalizione DC-PCI, consigliere della Cassa per il Mezzogiorno nel ‘49, ottenne per la Sardegna cospicui finanziamenti per la forestazione, per la realizzazione e sistemazione di strade (Carlo Felice e Monte Ortobene), dighe (Govossai e Cedrino), per acquedotti, reti idriche e fognarie. Senatore per tre legislature (19531967) in uno dei suoi primi interventi propose la riduzione degli stipendi dei senatori. Proposta che non trovò nessun accoglimento. Nel ‘68 non soltanto prese la decisione di non riproporre la sua candidatura, ma si dimise anche dalla DC e dall’ospedale San Francesco di Nuoro dove dal 1936 aveva ricoperto la carica
di Presidente del Consiglio di Amministrazione lasciando i conti in attivo e un’enorme proprietà. Da alcuni anni Nuoro gli ha dedicato una strada proprio vicino al nuovo ospedale.

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