Andrea Cubeddu, “Weak like a man”

Andrea Cubeddu ci riprova e ci riesce benissimo. Qualche giorno fa ha annunciato l’uscita del suo nuovo Cd, tredici nuove songs di blues rurale, quasi un’ora di ascolto musicale complessivo, suonate con lo stile che ad Andrea è ormai consueto. Un’altro Cd composto di canzoni che sembrano sospese nel tempo e che come quelle che facevano parte del suo precedente lavoro (Jumpin’ up and down, del 2017) denotano un’urgenza espressiva fuori dal comune, quella, se avete presente, dell’one man band che batte il tempo con il piede destro alla maniera degli antichibluesmen; solo di rado, peraltro, nel disco che qui si presenta, le canzoni hanno durata inferiore ai quattro minuti, mentre spesso e volentieri superano i cinque minuti.
L’ultima prova discografica del musicista originario di Orani si intitola Weak like a man e, angoli ed asperità appena smussati rispetto alla prova precedente – al telefono Andrea mi dice: «Ho inserito nell’album qualche brano più country, è il caso di Good friends by my side, che presenta un accordo in minore nel ritornello al fine di conferire maggiore tensione a un giro armonico che è tipico del gospel» – conferma la freschezza e l’energia della sua musica, la sua voglia di comunicare con canzoni senza sovrastrutture di sorta (se non quelle che possono derivare dalle avanzate capacità tecniche chitarristiche di cui l’oranese dispone), di mettersi a nudo ancora una volta gridando gioie e dolori che fanno parte del proprio percorso umano.
«È il lavoro di un anno e mezzo» – racconta Andrea, che confessa di aver studiato «la musica di gente come il leggendario Skip James o come Boubacar Traorè», in questo periodo. «Cerco sempre di spiegare – continua – che anche le canzoni più semplici vengono fuori solo dopo averci messo una grande mole di lavoro e un impegno abnorme di scrittura e di adattamento delle parole alla musica. Ci sono, poi, canzoni più o meno forti, ma tutte sono ugualmente importanti. Si sappia che ogni brano ha un suo perché e che ogni testo è limato e studiato fino allo sfinimento! L’esclusione di un brano dal novero di quelli che potrebbero finire sul Cd, d’altro canto, implica un cambiamento di significati, nell’album ».
Sui social, tra l’altro, possiamo leggere alcuni ritagli della personale filosofia di Andrea. Essi valgono anche a dare spiegazioni esaurienti circa la scelta del titolo del disco (precisazione: Weak like a man, in lingua italiana suona come “debole, come un uomo”): «Siamo esseri umani perché siamo deboli. Ecco a voi le mie debolezze. Le mie paure, i miei peccati e le mie sofferenze, sono tutte dentro le mie canzoni. Le metto nero su bianco, le concretizzo, do loro una forma precisa. Do loro la parola, ne studio l’origine e le motivazioni e, infine, le affronto. Per non cadere sempre negli stessi errori, per non soffrire delle stesse pene. Per essere una persona migliore, giorno dopo giorno. Siamo esseri umani perché siamo deboli, e dalle nostre debolezze traiamo la nostra forza».
Una manciata di canzoni che ci appassiona, che ancora ci colpisce per l’immediatezza e per il suo ruvido e sincero porsi, per la perizia nell’esecuzione e nell’utilizzo dei pochi mezzi a disposizione (chitarre, voce e poco altro). Ho amato quest’ultimo lavoro di Andrea fin dal primo ascolto. Come potrebbe essere altrimenti, dopo aver ascoltato canzoni come Nobody to blame, Orion, Good friends by my side, Something I can’t have? Ascoltatelo da cima a fondo anche voi; io ne sono convinto: vi piacerà.

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