Andrea Cubeddu, blues di Barbagia

Le genti del delta del fiume Mississippi o di qualsiasi altro luogo al mondo hanno un modo diverso, rispetto ai barbaricini, di esprimere con il bluesdispiacere, inquietudine, felicità, amore, di mettere a nudo la propria interiorità magari raccontando del desiderio che le anima di uscire da un passato di afflizioni per proiettarsi verso un futuro radioso? Non appaia ozioso l’interrogativo formulato, dal momento che Andrea Cubeddu (barbaricino originario di Orani, ameno villaggio che nel corso della sua storia e fino ai giorni nostri ha avuto modo di esprimere nomi importanti nel campo delle arti, dell’artigianato e delle lettere), quasi come un Robert Johnson di nuova generazione (il più leggendario dei bluesmen, però, era di Hazlehurst, nello stato delMississippi, USA), esce con un disco nello stile tradizionale del sempre apprezzato bluesdel Delta che ha per titolo “Jumpin’ up and down”. Roberto Caselli fornisce della musica Blues la seguente definizione: “è un processo intimo che raccoglie in sé rabbia e preoccupazioni, ma anche dolcezza infinita e l’intima convinzione di potercela fare, di uscire dalla situazione di vilipendio per trovare finalmente la propria strada: con l’aiuto di Dio o contando solo su se stessi.”Andrea Cubeddu, dal canto suo, presenta in rete il suo bel disco con una dichiarazione estremamente sintetica:“Non c’è bisogno di spendere tante parole parlando di questo album. Dovete solo ascoltarlo. Ho messo la mia anima in queste canzoni. Le mie storie, la mia sfortuna, il mio passato e il mio futuro, il mio blues, insomma. Ascoltatele.”Lette entrambe le dichiarazioni di Caselli e di Cubeddu non sorprenda il ragionamento conclusivo: il linguaggio del bluesè universale ed è sempre volto a sublimare e comunicare in modo altamente emozionale ai propri interlocutori-ascoltatori la sofferenza e il travaglio interiore del bluesmanma anche il suo sperare in un futuro di serenità e di redenzione. Ecco, possiamo in definitiva affermare che questa meraviglioso modo di declinare la musica popolare costituisce il mediumattraverso cui il musicista può esprimere condizioni esistenziali e individuali che lo accomunano ad individui per altri versi e in tutti i sensi diversissimi da se? Crediamo di si, e il disco di Andrea Cubeddu (dodici “credibilissimi” blues interamente composti dallo stesso Cubeddu per oltre cinquanta minuti di ascolto) dimostra in maniera lampante quanto si è appena detto.
Abbiamo intervistato Andrea. Sentite che cosa ci ha raccontato sul suo disco e sul blues…
Figurativamente parlando volevo innanzitutto chiederti: come si arriva, partendo dal villaggio di Orani e dai banchi del Liceo Asproni di Nuoro, direttamente nell’America più profonda e più precisamente in una delle zone di essa più importanti dal punto di vista strettamente musicale, il delta del Mississippi?
«Ho scoperto il blues grazie al mio primo maestro di chitarra Franco Persico, insegnante alla scuola di musica Costantino Nivola di Orani. Per il primo saggio di fine anno ricordo di aver accompagnato il brano Sweet Home Chicagonella versione dei Blues Brothers, ma da quel momento in poi mi sono dedicato a tutt’altra musica. Ho riesumato il bluessolo anni più tardi, durante i miei studi milanesi, ascoltando musicisti del Delta del Mississippi, come Robert Johnson, Son House, Charlie Patton e Muddy Waters. Vivere lontano da casa in una città come Milano, spasmodicamente rivolta alla ricerca dell’originalità e della tendenza, ha spinto il mio interesse verso la direzione opposta. Il Blues, la musica popolare afroamericana, così istintiva e comunicativa, era vicina sia alla mia cultura di appartenenza, appunto quella sarda, che alle mie esigenze comunicative».
Nella copertina di “Jumpin’ up and down” appare una immagine rielaborata al computer che ti ritrae con indosso un costume e tra le mani una maschera. L’uno e l’altra, in qualche modo, richiamano la tradizione del carnevale sardo. La fotografia interna del CD mostra le colline di Orani con sullo sfondo il monte San Francesco. Che significato rivestono, nella copertina del tuo disco, un disco di “vecchio” blues, queste figurazioni grafiche e iconografiche?
«Con questo disco ho cercato di trovare un connubio tra il blues che ascoltavo, risalente agli anni 20, e la mia differente estrazione culturale di ragazzo sardo del 2017 (anno di uscita del disco). Sarebbe stato anacronistico e ridicolo suonare blues come Son House o Robert Johnson e trattare gli stessi temi da loro trattati. Dunque ho lavorato su musica, testi e anche sulla grafica del disco per raccontarmi al meglio. Ho pensato di creare una mia personale maschera, una sorta di simbolo che identificasse le mie origini sarde, e l’ho messa di qua e di là sulle foto dei luoghi in cui solitamente compongo la mia musica, o mi esercito, quando sono ad Orani. L’ho immaginata come una personificazione del blues, un pò come se tutti i miei problemi, i miei incubi e le mie paure si condensassero in uno spirito guida, nato per spronarmi a proseguire sul mio cammino tenendo bene a mente le mie origini barbaricine».
Una miriade di musicisti, chitarristi in particolare, e di ottimi dischi, continuano a proporre a un pubblico vastissimo le emozioni che il blues sprigiona sempre in modo naturale. Oggi, nella buona parte dei casi, questo genere musicale viene influenzato dalle più disparate tendenze musicali (come il rock, con le sue molteplici modalità espressive) e viene suonato con strumenti pesantemente elettrificati o anche con strumenti elettronici. Tu, con il tuo disco, sei voluto tornare indietro negli anni, agli albori di questo straordinario modo di esprimersi che è musicale ma anche poetico-letterario, hai preferito affrontare le difficoltà, le insidie anche interpretative del blues tradizionale, quello, per intenderci, di Robert Johnson, Son House, Skip James. I perché, i pro e i contro di una scelta così radicale e coraggiosa….
«Ad essere onesti, non ho minimamente calcolato i pro e i contro. Volevo riportare nella maniera più vera possibile le storie che canto e suono da One Man Bandin un disco. Certo, dal vivo utilizzo un poco di distorsione sulle chitarre per avere una maggiore risposta e dinamica dagli strumenti, ma niente di più. Ognuno trova il suo modo di suonare il blues. Ciò che ho fatto è essere fedele a me stesso, ai miei gusti e allo spettacolo che porto in giro per strada, locali e festival. La musica, l’arte in generale, non può e non deve piegarsi alle richieste del mercato, è una cosa che viene dal cuore, dalla testa e dallo stomaco. Ero, e sono, così rimasto affascinato dal Blues del Delta che l’ho scelto come metodo di comunicazione. Certo, alla mia maniera, raccontando le mie storie e suonandolo a mio modo».
Ascoltando le canzoni del tuo disco ci si rende immediatamente conto di quanto sia sentita, da parte tua, l’interpretazione di ogni singolo brano. Come nascono le tue canzoni? Di che cosa parlano i testi?
«Scrivo per necessità: sento di aver bisogno di raccontare, di sfogarmi o di liberarmi di un qualcosa che ho dentro, e automaticamente prendo in mano la chitarra. Solitamente, prima compongo la musica, poi il testo. Il testo ha bisogno di un sacco di tempo, tra correzioni e manipolazioni, per raggiungere la sua forma perfetta. Il famoso “labor limae”ben voluto dagli studenti del Liceo Classico. Deve suonare bene e dire tanto in poche parole; la musica fa il resto. Le canzoni parlano dei problemi che la mia generazione vive ogni giorno: dagli amori non corrisposti a quelli che ci “mangiano” la testa, dalla necessità del viaggio all’estenuante ricerca di un posto da poter chiamare casa, dalla fragilità umana alla sua forza di ricominciare sempre da capo, dall’incertezza del futuro alla necessità di farsi sentire ed essere indipendenti».
Puoi parlarci della dimensione “live” della tua musica? Sensazioni, suggestioni, gratificazioni e momenti di crescita artistica e personale, accoglimento da parte del pubblico delle tue canzoni…
«All’inizio del mio percorso ero terrorizzato dall’idea di cantare i miei brani. Raccontare le mie storie, mettermi a nudo davanti ad un pubblico, espormi al parere altrui e quindi ad annesse critiche, non è mai stata cosa facile per me. Ho iniziato suonando per strada, quasi tre anni fa. All’inizio mi tremavano le mani, e non pensavo sarei mai riuscito a suonare, e soprattutto cantare, come volevo. Chiedevo ad alcuni amici e colleghi di venire a guardarmi suonare, per darmi forza. Poi piano piano ho preso confidenza, e sono passato ai locali. Non c’è cosa più bella che suonare dal vivo. Se il pubblico si fa trasportare, ascolta i testi e li comprende, il mio fine è raggiunto. Per di più, dato che la famosa ansia da prestazione è solo un lontano ricordo, mi diverto un sacco. Buona parte della mia performance è improvvisata. I brani hanno una struttura, ma posso variarla e ricamarci sopra ogni volta che voglio. Sono pur sempre i miei brani».
Tre dischi per te fondamentali e senza i quali oggi non saresti il bluesman che invece sei diventato…
«A dirla tutta, non posso elencarti tre dischi veri e propri. Ho scoperto il Blues del Delta attraverso video su Internet. Questo formato ha la possibilità di farti vedere e non solo sentire come venivano suonati determinati brani dagli stessi musicisti, e darti un briciolo dell’emozione che proveresti nell’averceli davanti. Potrei elencarti dei brani singoli. Primo su tutti, Death Letter Blues, di Son House, poi Crossroad Blues di Robert Johnson e infine Feel Like Goin’ Home di Muddy Waters».
Analogamente: tre bluesmen storici che su di te hanno avuto maggiore influenza…
«Quelli sopra citati. Sono tutti e tre accomunati dall’uso dello slide o bottleneck, quello strumento cilindrico spesso in vetro o metallo che viene strisciato sulle corde per produrre un suono molto simile ad un lamento».
Clapton, Gallagher, Hendrix, Kaukonen, Bonamassa sono solo alcuni dei nomi di grandi musicisti (chitarristi) che hanno nobilitato il blues e contribuito sensibilmente alla evoluzione di questo genere musicale. Che rapporti hai con il blues dei giorni nostri? Quale è (o quali sono), tra i musicisti citati, quello a cui ti senti più vicino, quello che apprezzi maggiormente?
«Di quelli citati principalmente Clapton. Attraverso il suo disco e i suoi video su Robert Johnson ho potuto assimilare la vecchia maniera in cui si suonava il blues. Anche Gallagher mi piace un sacco, quando suona in acustico. Kaukonen lo sto ascoltando ora, è molto old style. Devo confessare che i miei ascolti sono molto strani. Bonamassa e Hendrix li ascoltavo prima di diventare One Man Band. Quando si suona da soli, si mette un pò da parte l’idea di suonare la chitarra da solista in una band e si studia e si applica tutto un altro linguaggio musicale. Preferisco musicisti come Jack White, Seasick Steve, anche i Black Keys, che vengono dal blues e creano il loro personale sound, anche in solo/duo».
Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
«Sto lavorando sul nuovo disco. Se i numi mi indicheranno la retta via e veglieranno sul mio cammino, lo potrò far uscire l’anno prossimo. Sarà sul filone di Jumpin’ Up And Down. Nuovi brani, nuove storie, nuovi drammi. Per il resto, sto organizzando un pò di viaggi fuori dall’Italia. Vorrei portare le mie storie in giro per il mondo. Tutto qua. Grazie mille per l’intervista. Cari lettori, qualora nascesse in voi la voglia di dare un ascolto alla mia musica, sappiate che potete trovarmi ovunque, sui social, su youtube, su spotify. Se posso permettermi di darvi un consiglio, venite a sentirmi dal vivo, suona tutto più “vero”».

© riproduzione riservata

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn