Amore chiama amore

«Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzai nella sua morte? Possiamo camminare in una vita nuova». Così Dio oggi parla proprio a noi. Siamo noi i battezzati che abbiamo ricevuto una dignità regale, profetica e sacerdotale, per proclamare le sue opere. Non sapete? Quale coscienza abbiamo in noi della nostra identità di cristiani, del nostro appartenere a Cristo? Possiamo andare per le strade del mondo con il tesoro del Vangelo nel cuore, ricchi di una ricchezza nascosta, ed essere riconosciuti come suoi? Ci sentiamo noi quegli inviati, portatori di pace, che saranno riconosciuti come uomini di Dio? La donna Sunammita riconobbe il profeta Eliseo, uomo di Dio e accogliendolo come tale, ricevette una be- nedizione. La sua ricompensa fu la maternità.
Non sapete? Anche noi possiamo pronunciare quella parola di benedizione sul mondo. Possiamo riconoscere e proclamare la sua fecondità di bene con una parola profetica. Non sapete?
Non sappiamo? Siamo noi quei discepoli con cui Gesù ama identificarsi, come a veri amici, a cui ha confidato il suo Vangelo, forse nel segreto, ma da gridare sui tetti. «Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato». Ma non basta. Gesù ci rivolge parole di fuoco che hanno la gravità di un testamento, di un mandato. Dicono la responsabilità di essere suoi seguaci, di chiamarci Cristiani. «Non è degno di me» è il ritornello martellante di questo Vangelo. Espressione reiterata che lascia senza fiato. Un’attesa, quella di Gesù, che ci disorienta, come una pretesa. Chi sei Tu che mi comandi di amarti? Potremmo obiettare con Sant’Agostino.
Le parole di Gesù sono vera follia, follia d’amore, parole di un amante esigente e geloso, come il Dio che parlava agli antichi profeti. Gesù esige da noi, suoi discepoli, di seguirlo senza indugio, di non portare nulla che possa darci sicurezza, di avventurarci in un’esperienza di radicale affidamento a Lui. Questa esperienza deve essere di ogni battezzato. Siamo noi i destinatari di questa Parola di salvezza. È legge dell’amore desiderare d’essere riamato, amore chiama amore. Eppure «l’Amore non è amato».
Santa Teresa di Gesù suggeriva di prendere l’abitudine di considerare i tanti innumerevoli benefici di cui siamo colmati, perché tale è la nostra natura che non è spinta ad amare se non sa di essere amata. La gratuità suscitagratitudine se siamo consapevoli del bene ricevuto. È questa la riconoscenza. Un’esigenza di reciprocità che sgorga dalla sovrabbondanza di grazia che ci raggiunge. Reciprocità che ha la venatura di un patto sponsale, esclusivo. Gesù si dà a noi interamente. La totalità, la radicalità del suo amore giustifica la sua attesa, il suo desiderio di essere così riamato, nella radicalità, con un cuore indiviso. Da qui nasce la sua richiesta di metterlo al centro della nostra vita e lasciarci afferrare talmente dal suo amore per noi, da non poterne fare a meno e da non anteporvi nulla. Egli reclama il suo spazio nella nostra vita. Offriamogli ora questo spazio, nella libertà di una risposta d’amore. In questo il garante è Lui, il fedele. Lui che ci ha resi liberi perché lo possiamo accogliere. E così ricchi e fecondi di Lui andiamo verso i fratelli.

© riproduzione riservata

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn