Amministratori della miseria

A tu per tu con Michele Deserra, sindaco uscente di Orune

«Ho smesso di soffrire, di fronte ai muri ho detto basta»

«Il sindaco, oggi, a cosa serve?». La domanda non la fa il giornalista, ma la lascia così, sospesa di fronte alle difficoltà cui va incontro un amministratore, il primo cittadino di Orune Michele Deserra alla scadenza del suo mandato.
Dottor Deserra, come spiega che in molti paesi, alle prossime elezioni amministrative, sia stata presentata una sola lista?
«Fare politica di questi tempi è ancora più difficile che in passato, credo che sia inconfutabile, anche perché le difficoltà con le quali bisogna confrontarsi sono crescenti e più difficili da affrontare e soprattutto ritengo – per lo meno per quella che è stata la mia esperienza quinquennale – che le armi che abbiamo per controbattere determinate situazioni sono inesistenti».
Concretamente quali sono le difficoltà maggiori a cui va incontro un amministratore?
«L’amministratore ha bisogno di essere messo nelle condizioni di amministrare il suo Comune, significa di poter intervenire nel momento in cui si presentano problemi o realizzando le idee e progetti che ha quando decide di scendere in campo. Quando poi la realtà dei fatti si dimostra essere solo patto di stabilità, vincoli di bilancio, bilancio programmato, impossibilità di spendita pur avendo avanzi di amministrazione di oltre 2 mln e mezzo di euro come nel caso del comune di Orune mi chiedo ma che senso ha fare gli amministratori locali in queste condizioni. Il sindaco, oggi, a cosa serve?»
Il sindaco rimane comunque il primo punto di riferimento per i cittadini, la prima e forse l’unica figura politica a cui rivolgersi.
«È quello il ruolo primario, un po’ come il padre di famiglia nelle nostre comunità. A differenza del sindaco della città metropolitana di Cagliari o del sindaco di Sassari, da noi ci si chiama non solo per nome ma anche con un cenno della mano, è abbastanza normale che sia così in comunità piccole in cui si ha un rapporto interpersonale abbastanza profondo con tutti. Non è normale invece non poter avere risposte adeguate alle esigenze che potrebbe avere la comunità».
Lei da amministratore quali risposte poteva dare alle persone che si rivolgevano a lei, quali strumenti aveva?
«Quasi nessuno. Io mi sono candidato perché lo sentivo come un dovere impegnarmi in maniera più seria e profonda per la mia comunità. Doversi poi scontrare con la realtà è poi la causa del perché non mi ricandido. Ho finito di soffrire, di fronte a certi muri si dice basta».
Si è pentito di aver fatto quella scelta cinque anni fa?
«Potrei dire di sì ma non sarebbe giusto, l’ho fatta, l’ho portata a termine, ci sono state comunque anche delle esperienze esaltanti, forte è stato il nostro impegno culturale in questi anni in tanti progetti sulla legalità con la collaborazione di Pro Loco e Ceas, figure sorte durante la nostra amministrazione, con cui ho lavorato in simbiosi totale. Lascio senza rimpianti, senza astio nei confronti di nessuno».
Quali sono i momenti che non dimenticherà?
«Essere chiamati a Montecitorio ed essere ricevuti dalla presidente Boldrini per l’inaugurazione della sala delle donne è stato un momento importante del quale sono contento e orgoglioso, ricordiamo che il primo sindaco donna della Sardegna si chiama Margherita Sanna. Gli altri momenti che non posso dimenticare sono i due incontri con papa Francesco, entrambi con la fascia tricolore, a Cagliari per la visita in Sardegna e la seconda volta nel 2014 in Vaticano insieme a una rappresentanza parrocchiale».
Quali sono stati i rapporti con la Chiesa?
«Ottimi, intanto perché sono un credente, poi sia con don Riccardo prima che con don Michele dopo abbiamo sempre collaborato, con la massima disponibilità da parte nostra».
Torniamo alle difficoltà, non possiamo non parlare di lavoro e di spopolamento.
«Oggi noi viviamo in un periodo in cui dal punto di vista economico la crisi profonda sta attraversando il mondo delle campagne. La Sardegna, perlomeno quella di cui io faccio parte, è un territorio che vive di agricoltura e pastorizia, su questo non ci piove, è inutile che ci si voglia trasformare in albergatori, in operatori turistici a tutti i costi perché la vocazione del Nuorese è agropastorale, tutto il resto può venire dopo: il nucleo forte delle nostre comunità è quello. Nel momento in cui noi siamo nelle condizioni di dover lavorare per 40 centesimi al litro il nostro prodotto mi chiedo dove vogliamo andare, come abbiamo intenzione di fermare quell’emorragia che si chiama spopolamento. La gente fugge non soltanto le campagne ma anche i sepolcri. Non esiste più neanche la speranza».
Quale può essere a suo avviso l’antidoto allo spopolamento?
«Se uno parte vuol dire che qualcosa gli manca. Due sono le cose che hanno spinto gli orunesi ad andare via: la mancanza di lavoro e di prospettive nel futuro, la serenità e la tranquillità che manca. Se vogliamo che la comunità abbia un minimo di possibilità di vivere nel proprio territorio la componente lavoro non può mancare. Noi siamo un popolo di allevatori, di pastori. Se le politiche verso l’allevamento non sono tese a fare in modo che chi lavora in quel settore abbia le possibilità di poter vivere lui e la sua famiglia il nuorese diventerà un deserto. L’allevatore poi non è solo uno che si occupa del suo gregge e poi se ne torna a casa, è anche la figura di colui che antropizzando il territorio ne è guardiano e salvaguardia. Dove c’è l’uomo che vive in campagna nella e con la campagna vive bene. Quando viene abbandonata, bè, non so cosa succederà quest’estate… Occorre investire su infrastrutture e ambiente che è il nostro vero patrimonio».
Con quali risorse?
«Fare politica avendo a disposizione tanti soldi è fin troppo facile, il bello è riuscire ad andare avanti non avendo a disposizione tutto quello di cui si potrebbe aver bisogno. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere a disposizione un patrimonio boschivo importante anche se quest’anno la calamità del gennaio scorso lo ha ridotto in condizioni disastrose. Vendendo il sughero ogni due anni abbiamo una boccata d’ossigeno per la comunità. Tutto quello che si può fare in termini di infrastrutture per il paese è grazie al sughero non certo ai bandi da cui sembra che le piccole comunità siano depennate a priori».
Le risorse maggiori sono quelle che avete in casa?
«Assolutamente sì».
Quali sarebbero dovuti essere i vostri interlocutori, la Regione o lo Stato?
«La Regione fondamentalmente che ti dice di partecipare ai bandi. Tu partecipi e non ne becchi manco uno. Auguri».
La sua amministrazione in cosa ha investito?
«I pochi finanziamenti che abbiamo ricevuto li abbiamo investiti fondamentalmente sulla viabilità sia rurale che del paese anche perché le strade versavano in condizioni pietose. Avendo un territorio comunale di 13mila ettari è un po’ una goccia in mezzo al mare, c’è bisogno di ben altro».
Una via d’uscita può essere il mettersi insieme tra comuni vicini?
«L’Unione dei comuni impostata così non ha nessuna valenza e nessun peso politico anche perché prima di cassa propria sulla quale contare, è solo un contenitore vuoto. Potrebbe avere una valenza se fosse messa in condizioni di lavorare, una sorta di maxicomune. Abbiamo comunque ottenuto risultati, lo stesso riconoscimento del Mab Unesco per il parco di Tepilora è sicuramente importate, è un ente all’interno del quale è presente anche Orune perché ho capito che se non ci si aggancia a questo tipo di treni diventa sempre più difficile continuare ad esistere. Il fatto di far parte di un ente di questa portata può essere una chiave di volta per il futuro per avere finanziamenti che prima non si era in grado di avere, mi riferisco per esempio al settore archeologico dove sicuramente Orune può ricoprire un ruolo importante anche in collegamento con altre strutture presenti nel territorio. Il sito di Sant’Efis merita un trattamento diverso da quello che ha subito in questi cinque anni quando noi non potevamo assolutamente fare nulla».
Come mai non crede nella prospettiva turistica?
«Non è che non ci credo, non credo nella trasformazione del barbaricino da pastore ad operatore turistico perché mi ricorda un’altra operazione che fu fatta nei confronti degli indiani d’America. Devo vivere secondo le mie attitudini e non secondo quello che gli altri vorrebbero imporre a me, possono esserci operatori anche all’interno oltre che nella costa ma il nostro territorio cresce come è cresciuto e come si è sviluppato nei secoli, producendo tra l’altro prodotti genuini e di qualità. Vede, questo è il futuro – dice guardando la prima pagina dell’ultimo numero del nostro settimanale che ritrae i pastori di Bitti, Bultei e Nule con Flavio Briatore alla presentazione del nuovo marchio dei formaggi di Barbagia a Milano –: c’è bisogno di qualcuno che creda e investa nella qualità dell’ambiente e nella nostra gente, che veda ciò che abbiamo e che sappiamo fare».
Che giovani troverà il Vescovo durante la sua Visita Pastorale?
«Troverà quelli che può trovare in qualsiasi altro paese della provincia di Nuoro, le difficoltà sono comuni, certo ad Orune fino a poco tempo fa operava una polisportiva, oggi non c’è più per mancanza di capitale umano… i ragazzi rimasti sono impegnati in gruppi folk, in particolare nel canto a tenore».
Una domanda che non posso non farle: come ha vissuto questi ultimi due anni dal delitto Monni?
«La tragedia di Gianluca è una tragedia non soltanto familiare ma della comunità orunese intera, perché a un’azione di questo è impossibile trovare un perché. Non abbiamo ancora capito fino a che punto si può spingere la mente umana nel commettere atti di una gravità inaudita come questo. In una cassa di risonanza come quella orunese fatti di questo tipo hanno un impatto enorme ma gli orunesi hanno una tempra forte. Ci siamo rialzati tante volte, ci rialzeremo anche questa volta. Purtroppo senza Gianluca».
Una nota di speranza per il futuro?
«Se dovessi citare una frase di un poeta orunese: “e commo su futuru pare chi este airadu peius puru”, diceva, era un uomo che abbandonava il paese di Orune per andarsene in Sudamerica alla ricerca di un futuro migliore. Io non so se la soluzione sia andare via da Orune, se non l’ho fatto vuol dire che a Orune si può vivere, anche se questo non è un momento felice non bisogna mai perdere né la fede né la speranza. È un momento negativo ma come diceva Giovanni Paolo II “non abbiate paura”. Affrontiamo il futuro con determinazione e fede.
Cosa augura al suo successore?
«Non posso che augurare buon lavoro. Chiunque verrà spero sia messo nelle condizioni di poter lavorare e trovi meno difficoltà di quelle che ho trovato io. Alla comunità voglio bene. Spero di poter lasciare in eredità il progetto dell’edificazione del centro servizi che stiamo pensando sempre all’interno del parco, nel sito di Sant’Efis e che ospiterà non soltanto gli studenti che eseguono gli scavi archeologici oltre a una struttura ricettiva per chi vorrà godere la bellezza dell’ambiente sfruttando anche il turismo equestre. Il progetto è in fase di presentazione e fa parte del pacchetto di interventi per il Nuorese. Che Dio ce la mandi buona».

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