All’Isre il Fondo Marchi-Maccioni

L‘Istituto superiore Etnografico ha acquisito il Fondo Raffaello Marchi-Mariangela Maccioni che entra nel patrimonio culturale pubblico, con il perfezionamento degli atti da parte dell‘Isre. Un omaggio a due personaggi nuoresi che, ha detto dando l’annuncio all’agenzia Ansa Sardegna il presidente dell’Isre Giuseppe Pirisi, «furono punto di riferimento per tutti e un collante per coloro che negli anni Cinquanta si avvicinarono alla cultura popolare sarda».

Per  la coppia si tratta di una sorta di ritorno a casa. Lillino Marchi  (morto il 16 aprile del 1981 a Nuoro dove era nato il 28 giugno del 1909), infatti nel 1977, da vicepresidente, spese molte energie nei primi anni di attività di quello che veniva semplicemente chiamato l’Etnografico, mettendo a disposizione la sua esperienza sul campo: basti ricordare il primo organico studio con la stupenda definizione di “processione danzata” sui Mamuthones di Mamoiada (il famoso saggio pubblicato da “Il Ponte” nel 1951)  e il nome richiamato appena domenica scorsa a Orotelli quando è stato ricordato il suo insostituibile stimolo e supporto alle ricerche dell’insegnante Giovanna Sirca che portò alla ricomparsa il 22 gennaio del 1979 della misteriosa maschera dei Thurpos. L’acquisizione del Fondo custodito finora nella villa di via Deffenu, è perfettamente in linea anche con la storia e la personalità di Mariangela Maccioni (nata il 17 aprile del 1891 e morta il 26 settembre del 1958), la leggendaria maestra antifascista che pagò la sua aperta avversione al regime di Mussolini con 39 giorni di carcere e la sospensione dall’insegnamento per essere risarcita nel 1944 con la nomina a prima direttrice della Biblioteca Satta.

Diventa così materia di studio condiviso l’archivio di due intellettuali che hanno segnato la vita politica ma soprattutto culturale di Nuoro. Figure nelle loro molteplici sfaccettature che emergono con forza proprio dal Fondo acquisito dall’Isre, un corpus unico nel suo genere, relativo alla cultura popolare sarda: oggetti, lettere, documenti, manoscritti, fotografie, bobine audio, risalenti in massima parte dalla seconda metà dell’Ottocento al primo cinquantennio del Novecento e appartenuta a Raffaello Marchi, «intellettuale nuorese e antropologo autodidatta», come lo definì la studiosa delle tradizioni popolari Clara Gallini che nel 1998 concluse un suo primo studio sulle carte di Marchi consegnando proprio all’Istituo Etnografico una relazione finale di 45 pagine; 12 esempi di testi in fotocopia; il testo de “La Sibilla barbaricina” (ricerca sulle pratiche magiche e magico-religiose in Barbagia pubblicata sempre dall’Isre nel 2006) e sei dossier di altri materiali. Da quel primo approfondimento sostenuto dall’Associazione Raffaello Marchi, è nata l’esigenza di catalogare il Fondo. Operazione che ha consentito tra l’altro di recuperare una lettera inedita di Grazia Deledda, indirizzata a Mariangela Maccioni. La missiva è del 22 dicembre 1932 ed è un affettuoso messaggio che testimonia di un profondo legame di amicizia tra le due donne.

Foto Ansa

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, associa nel ricordo Marchi alla sua immancabile macchina fotografica e al registratore, strumenti al servizio di una curiosità che a volte appariva ingenua nella sua propensione a capire. Per questo non può meravigliare che, tra le altre cose, il materiale fotografico: i primi trattori delle cooperative di Orgosolo nei primi anni Sessanta; l’architettura delle abitazioni degli anni Cinquanta e Sessanta; bobine con registrazioni di canti a tenore; documenti e testimonianze sul “Boe Muliache”, la creatura fantastica presente in numerose leggende della tradizione popolare isolana. «Marchi non era un accademico ma un appassionato», ha spiegato all’Ansa Marina Moncelsi che ha curato l’inventario di tutta la collezione su incarico di Giovanni Canu, pittore e scultore, figlio adottivo e unico erede dell’antropologo che negli anni Sessanta intuì le potenzialità artistiche del giovane diventando il suo mentore incoraggiandone gli studi all’Accademia Albertina e all’Accademia di Brera. «Ho mantenuto intatta la collezione – dice Canuper cederla all’Isre, l’unico ente che sapra preservarla e valorizzarla».

Negli appunti e nelle ricerche dell’antropologo nuorese i giovani e i ricercatori potranno trovare molti spunti di riflessione come conferma Marina Moncelsi. La professoressa e scrittrice nuorese, in un primo commento sui materiali d’archivio considera inoltre «di grande rilevanza un’interessante analisi linguistica» di Raffaello Marchi de Su patriotu sardu a sos feudatarios, l’inno scritto nel 1794 da Francesco Ignazio Mannu consegnato alla nostra memoria con il suo  incipit Procurad’e moderare, poco conosciuto nei primi anni Cinquanta del secolo scorso.

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