Accordo per tornare a coltivare il grano

Pagamento immediato di un prezzo minimo, aumentabile in base alla qualità, di 22 euro a quintale, per il prodotto con 12,5% di proteine e 80 kg/hl di peso specifico. È questo il pilastro dell’accordo siglato «per invertire la rotta del crollo delle superfici destinate a grano» da Coldiretti Sardegna proseguendo nella politica di dare certezze ai produttori rispetto alle volubilità del mercato e delle speculazioni al ribasso. Un nuovo patto di filiera, quindi, sul modello di quello siglato nel 2017 con la Biraghi sul pecorino etico-solidale. Partner dell’iniziativa questa volta è il Gruppo Casillo, rete di società pugliesi (sede legale Corato, provincia di Bari) con una capacità di macinazione e movimentazione di oltre due milioni di tonnellate all’anno (9 impianti molitori in diverse regioni italiane, 5 terminal portuali nel Centro e nel Sud, quattro silos di stoccaggio, possibilità di immagazzinare oltre 400 mila tonnellate). L’intesa di filiera riguarda il grano duro, tenero e biologico che sarà ritirato con pagamento pronta-cassa e ammassato nelle strutture del Consorzio agrario di Sardegna, mentre la trasformazione, almeno inizialmente, avverrà fuori dall’Isola nelle strutture degli imprenditori pugliesi che, comunque, sarebbero disposti a investire anche per la lavorazione in loco davanti a una risposta incoraggiante degli agricoltori.

Un’ulteriore garanzia è data dal Casillo Group, uno dei maggiori “Market Maker” che, anziché subire, governano il mercato non come semplici intermediari ma quotando pubblicamente il prezzo e i quantitativi d’acquisto e quello più elevato di vendita e sono obbligati a concludere con chiunque lo scambio al prezzo e quantità preventivate oppure a condizioni migliori. Un interlocutore quindi affidabile per Coldiretti Sardegna  perché considerato capace di garantire quelle certezze minime che dovrebbe spingere gli imprenditori a investire con maggiore tranquillità sulla semina del grano. Secondo uno studio della stessa Coldiretti il prezzo dai 30 euro al quintale del 2014 è sceso a 27 euro l’anno successivo, per poi crollare a 21 nel 2016 (0,21 centesimi al chilo) per calare ulteriormente nel 2018 in alcuni casi anche a 15-16 euro a causa anche del peso specifico basso conseguenza delle continue piogge. Se si pensa poi che il prezzo del grano è oggi inferiore a 40 anni fa (nel 1976 veniva pagato ai produttori 48 mila lire al quintale), si comprendono le ragioni – individuate ancora dalla Coldiretti – della fuga da questo tipo di coltivazione: in 14 anni la Sardegna ha perso infatti il 78% di terra destinata alla semina del grano, passando da 96.710 ettari del 2004 agli appena 20.684 del 2018, con il 50% dei cerealicoltori sardi (12 mila nel Duemila, seimila oggi) che hanno abbandonato l’attività in meno di un ventennio.

Eppure la storia, alimentata spesso da un orgoglio superficiale, ci dice che nel 250 a. C la Sardegna è stata nominata “granaio di Roma” e che durante il fascismo, con i terreni coltivati triplicati e, grazie alle bonifiche spinte, la resa per ettaro passata dagli 8-9 ai 16-20 quintali di grano. S’arzola con i buoi oggi viene riproposta qui e là ad uso turistico, memoria di ogni paese. Come ancora nei primi anni Settanta del secolo scorso le trebbie meccaniche giravano Comune per Comune. Guardando oggi le campagne di Orotelli dove le distese di spighe sono sparite da oltre mezzo secolo, i giovani fanno fatica a capire perché nel gonfalone del Comune capeggi un covone dorato legato da un nastro azzurro e due buoi fermi sullo sfondo di una campagna verde: all’Esposizione agraria di Venezia nel 1892 la comunità orotellese vinse la medaglia d’oro per la qualità del grano duro, ma a lavorare i campi erano i braccianti sfruttati a su chimb’unu (cinque parti di prodotto al proprietario terriero e solo una al lavoratore), fino al riscatto negli anni Cinquanta con la cooperativa promossa dal Partito comunista e la società privata dei fratelli Pusceddu con trattori e  trebbiatrici che produssero ricchezza anche fuori paese. La storia di Orotelli è la storia dell’Isola, dalla Trexenta al Sarcidano, passando per le piane del Logudoro e della Nurra, dove si seminava per vendere e non solo per produrre il frumento da macinare nei paesi per l’autoconsumo. «Basti ricordare – sottolinea la Coldirettiche tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 la Sardegna era la seconda regione dopo la Sicilia in cui si coltivava più frumento duro in Italia: 158 mila ettari su 1,29 milioni, totale nazionale oggi è pressoché simile».

Ripartire dal minimo storico dei ventimila ettari coltivati oggi a grano, vuol dire prima di tutto, oltre al dovere prima etico che economico di assicurare la giusta remunerazione ai produttori sposare la filosofia di un mercato sempre più orientato sulla qualità e la salubrità tacciabile e certificata. «Vogliamo assolutamente che gli agricoltori sardi continuino a lavorare con la passione di sempre – ha spiegato Vito Savino, responsabile in Sardegna del Casillo Groupmentre da parte nostra c’è la necessità di garantire un ottimo prodotto ai nostri clienti. Stiamo investendo su filiere locali tracciate e controllate da enti terzi,  lo stiamo facendo in altre Regioni e non poteva mancare la Sardegna che ha un territorio e un clima adatto alla coltivazione del grano». Tutta da giocare è soprattutto la partita del grano bio, sfruttando come Sardegna anche a “Prime Terre“, progetto di filiera controllata e certificata dalla forte impronta territoriale che garantisce la genuinità e l’origine locale dei macinati, definito “il più grande accordo sul grano biologico mai realizzato al mondo, per quantitativi e superfici coinvolte”. Un passo importante, anche in questo caso, perché si fonda sulle certezze per i produttori grazie allo strumento dei contratti triennali, con prezzi indicizzati su un minimo garantito a copertura dei costi di produzione e premialità per il grano prodotto il primo anno in conversione.

Siglata un anno fa a livello nazionale da Coldiretti, Consorzi agrari d’Italia, Fdai (marchio che certifica la tracciabilità del luogo di produzione reale) e Casillo Group, l’intesa prevede la fornitura annuale di 300 milioni di chili di grano duro biologico destinato alla pasta e 300 milioni di chili di grano tenero per la panificazione e rafforza la leadership dell’Italia in Europa nel numero di imprese che coltivano biologico con 72.154 operatori e 1.796.363 ettari, con un aumento del 20% su base annua. Si presenta quindi l’opportunità di incentivare nell’Isola un’attività quasi inesistente dalle potenzialità enormi è in netta crescita la domanda non solo di cibo di cui è garantita l’italianità, ma si consumano sempre di più prodotti certificati bio, con il maggiore aumento (più 32,6%)o proprio per i cereali.

L’accordo tra Coldiretti e i  “Market Maker” pugliesi inserito sul “Cinque Terre“, apre interessanti prospettive anche per il grano tenero, con benefici diretti e indiretti in un’ottica allargata di filiera per le produzioni artigianali di pani tipici (dal carasau al moddizzosu) e i dolci, sebadas comprese, condizionate attualmente – a proposito di tracciabilità e produzione biologica certificata – da una materia prima locale derivante da appena 85 ettari c coltivati nell’Isola nel 2018.

Su queste premesse e prospettive si fonda la soddisfazione dei dirigenti di Coldiretti Sardegna. «Dopo gli accordi di filiera con Biraghi per il pecorino etico solidale, “Bovini al sud” per al filiera del bovino da carne, e le intese per i localismi con “Metro” e “Carrefour” – ha sottolineato dopo la firma Battista Cualbu, presidente regionale dell’organizzazione agricola –  oggi abbiamo siglato un altro accordo di filiera importante per la nostra agricoltura, dando una risposta concreta ad un settore in difficoltà come quello cerealicolo. Come sempre si garantisce un prezzo minimo, tamponando il punto critico della filiera che scarica sul produttore le crisi del settore, si valorizzano le nostre produzioni di altissima qualità e si lavora insieme, lungo tutta la filiera, per valorizzarla ulteriormente». L’ottimismo viene rafforzato anche da una prospettiva che va oltre i localismi. «Proseguiamo una collaborazione nata a livello nazionale che ora si sta dipanando con successo anche a livello locale valorizzando le biodiversità», ha affermato, infatti, Luca Saba, direttore di Coldiretti Sardegna: «Siamo certi che questo è solo il primo passo di un accordo che porterà valore aggiunto ai nostri agricoltori ma anche ai cittadini garantendo dei prodotti a base di grano made in Sardinia, certificati e controllati».

 
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