Accogliere in noi l’infinito

Sentiamo risuonare in questi ultimi giorni d’Avvento le grandi antifone “O” delle Ferie Maggiori, invocazioni accorate della venuta del Signore Gesù che fanno crescere l’attesa e la colmano della sua presenza. Solo pochi giorni ancora e sarà Natale, quando tutta la Chiesa Santa di Dio celebrerà l’evento mirabile dell’Incarnazione.
I testi di quest’ultima domenica d’Avvento ci invitano a sostare con trepidazione e a contemplare con stupore sempre più grande il mistero di Dio che si fa uomo perché ciascuno di noi possa chiamarlo e riconoscerlo come Emmanuel: Dio con noi, Dio con te, Dio con me. Dio veramente con noi e fra di noi, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo della tua e della mia vita. Ringraziamo il Signore per questo Natale di Gesù nella nostra storia umana che dà senso e significato alle nostre nascite e, anche se per molti «la vita è un miracolo impenetrabile perché si consuma e si disfa incessantemente» (I. Andríc), la nascita di Gesù svela e ri-vela in pienezza il grande miracolo della vita, perché Lui è la Vita. Il suo Natale ci dice che la nostra vita non è un errare senza senso e senza meta, abbandonati a noi stessi, sperduti in questo pianeta chiamato Terra, in balia della legge del più forte, dei cambiamenti climatici e antropologici, dove sta cambiando la natura stessa del nascere e del morire ma, è sempre un andare Oltre sorretti dalla legge dell’Amore che Lui ci ha donato, diretti verso un Altrove che è la casa del Padre.
La liturgia odierna della parola si apre con la celebre profezia di Isaia «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio con noi». La Parola di Dio, una volta data, non torna mai indietro, anche se il re Acaz non crede che il Signore possa venire in suo aiuto, il segno è in ogni caso donato: «La Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà l’Emmanuele.
Questo è il segno che dice ad Acaz e agli uomini di tutti i tempi la fedeltà di Dio. Il re Acaz vedrà nel suo figlio Ezechia il compimento di questa promessa, mentre noi viviamo la sua piena e totale attuazione con la nascita di Gesù. Solo lui porta al suo pieno compimento questa profezia di Isaia. San Matteo nel racconto dell’“annunciazione a Giuseppe” rilegge questa profezia e dichiara che il bambino, atteso da Maria la sposa di Giuseppe, è veramente il Salvatore promesso dai profeti.
San Matteo ci fa intravedere una delle circostanze più umane e più delicate della nascita di Gesù: il dubbio penoso di Giuseppe, il suo comportamento nell’accettare lo sconvolgente intervento di Dio che irrompe nella sua storia. Egli intuisce che quanto sta accadendo a Maria è un’opera misteriosa, che non è frutto di “cono- scenza” umana e, fidandosi di un sogno, prende con sé Maria ricacciando indietro tutti i suoi dubbi. Giuseppeaccoglie senza condizioni il figlio che la vergineMaria porta in grembo; si assume la paternitàlegale di Gesù introducendolo nella stirpe di Davide, come dice San Paolo nella
lettera ai Romani, stirpe dell’Alleanza e della Promessa. A differenza del re Acaz, che ha rifiutato il segno di Dio, Giuseppe, il cui nome significa “Dio aggiunga”, accoglie l’annuncio dell’angelo diventando collaboratore di Dio. Se è fondamentale il ‘Sì’ di Maria nella storia della nostra salvezza, è importante anche il ‘Sì’ di Giuseppe. Grazie a questo ‘Sì’ Dio ristabilisce l’Alleanza col suo popolo e aggiunge, non solo ad Israele, ma anche a tutta l’umanità, l’ultimo e definitivo segno: il suo Figlio prediletto Gesù il Cristo.
La Chiesa, come Giuseppe, realizza il segno di Dio: in silenzio adorante accoglie il dono del Figlio, e noi, come l’umile falegname di Nazareth, siamo chiamati a «essere i custodi di una realtà sacra che abita in noi stessi, nella nostra vita, nel nostro lavoro».
Fa’, o Signore, che non aspettiamo inutilmente il Messia, egli è già venuto nel tempo, è già Dio con noi. Tu già lo hai donato, ma non sempre siamo disposti ad accoglierlo come lo ha accolto Giuseppe con umile semplicità, con fede semplice e obbediente perché prima abbiamo sempre qualcosa da fare.
Pur essendo uomini e donne “finiti”, rendici capaci di accogliere in noi l’infinito, di essere sempre aperti a ciò che ci trascende, disponibili all’aggiunta divina che ogni giorno ci doni in Gesù. «Addentriamoci nella sua pace, nel suo silenzio, per poter assaporare la sua gloria e intuire cosa comporta il fatto che, nel nostro tetro mondo, ci sia stato un Natale: e comprendere che all’origine di ogni esistenza sta la celebrazione di una festa». (T. Merton).

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