Abbiamo ancora profeti?

Arcabas, San Giovanni Battista, monastero della Grande Chartreuse

Giovanni ci viene incontro all’inizio del Vangelo di Marco per donarci la bella notizia che illumina il nostro cammino verso il Natale. Giovanni è e sa di essere dentro la storia di Dio che fa fiorire la vita dalla sterilità dei vecchi genitori, ridona la parola al padre Zaccaria muto perché incredulo, lo fa esultare di gioia nel ventre della mamma Elisabetta, lo consacra profeta alla presenza di Maria di Nazareth, gli dona il nome e la missione di preparare la strada alla venuta del Signore.
Anche noi siamo dentro la storia di Dio perché ci ha progettato una galleria vivente di volti, nomi e luoghi: genitori, familiari, educatori, amici, il paese natio e i luoghi della geografia della vita. Ma la tentazione a dimenticare questa dimensione fondamentale della fede è alle porte di ogni nuovo giorno, pur sapendo del Salvatore che viene, anche in questo Avvento.
Giovanni, come ogni pio israelita, è favorito dal clima familiare, culturale e sociale, dalla continuità nell’ascolto del Libro sacro e dallafrequentazione alla sinagoga. Oggi la famiglia raramente riesce a trasmettere il patrimonio di fede ai figli; la Chiesa registra vuoti sempre più vasti nelle presenze e negli ascolti; la società scivola in censure sempre più vistose sui valori cristiani.
Giovanni arriva come profeta, «sarai chiamato profeta dell’Altissimo» (Lc 1,76), un uomo che accoglie e trasmette la parola di Dio.
Già il suo vestito di peli di cammello e il menù a base di cavallette e miele selvatico ci fanno sospettare la forza travolgente del messaggio, lo stile violento dei rimproveri, la estraneità ai compromessi. In lui precede la dolce coscienza di essere “amico dello sposo”, Gesù il Veniente, dal quale attinge la pienezza della gioia.
Il mondo d’oggi ha mille profeti con gli altoparlanti sempre accesi per infiniti messaggi pubblicitari. Ogni cristiano è vero profeta in forza del battesimo, solo se rende testimonianza a Cristo, luce del mondo, e si unisce ai mendicanti di speranza verso la capanna di Betlemme, la vera sede dell’Onu e il telaio di ogni diplomazia di pace. Dobbiamo riscoprire la nostra missione profetica a livello personale e a livello comunitario. Profeta è colui che ogni giorno accoglie nella sua vita una Presenza e e scommette nella fede il senso totale della vita.
Questo profetismo è quanto mai necessario oggi alla vigilia di un mondo nuovo e incerto che inizia a leggere a.C. avanti Covid e d.C. dopo Covid. Profeta certo non sarà conoscitore del futuro ma pellegrino con Dio e con i fratelli nelle nuove notti della angoscia e della morte verso nuove aurore nelle nuove aurore di Cristo risorto.
Giovanni il Battista «predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Mc1,4). La conversione è il vero bagaglio del cuore per andare incontro al Cristo del Natale, la decisione di raddrizzare ogni strada intossicata dal peccato. Oggi la profezia della Chiesa è resa afona dai tanti scandali a tutti i livelli che la umiliano davanti al mondo. Solo una vita, sostanziata di coerenza al Vangelo, fa crescere la profezia della Chiesa e dello stesso Cristo, riscalda le nostalgie di tanti che si sono allontanati e richiama l’attenzione di tanti che hanno coltivato condanna o indifferenza. La profezia di Giovanni: «Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo» (Mc 1,8) è anche una sfida formulata da un grande teologo: solo generando mistici la Chiesa avrà spazio nel cuore delle nuove generazioni.

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