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Oggi la liturgia chiama in causa la nostra fede, o meglio la nostra fiducia, la capacità cioè di “sperare contro ogni speranza”, di credere nel Signore e nel dono della sua salvezza, anche quando umanamente tutto sembra volerci convincere del contrario.
Il profeta Abacuc dà voce al malcontento del popolo oppresso dalla potenza babilonese: Dio sembra non dare ascolto al suo grido, non offrire salvezza, non porre termine alla violenza e all’iniquità. Ma ecco che il Signore risponde e vuole che la sua parola/ visione sia scolpita, prima ancora che su tavolette, sul cuore stesso dei suoi eletti: è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede (prima lettura). Il Dio d’Israele non è come le divinità pagane che hanno orecchie ma non odono. No, egli ascolta il grido del suo popolo e gli dà soccorso e salvezza. Ad una condizione: fidarsi e affidarsi a lui con quel “di più” di amore e di fede capace di strappare il miracolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito (Colletta). Anche Timoteo viene invitato da Paolo ad un “di più”: ravvivare il dono di Dio e, con la forza che viene da lui, dare testimonianza della fede ed essere pronto a soffrire per il Vangelo (seconda lettura).
La pagina evangelica ci mette davanti immagini che ci confondono: ci dice di alberi che, ad un comando, si sradicano e vanno a piantarsi nel mare; e vuol far passare per giusto che un servo si ritenga inutile dopo un’estenuante giornata di duro lavoro, alla mercé delle voglie del suo padrone. Un po’ troppo! Qual è il messaggio? Anche il Vangelo ci chiede un “di più”: di più di fede; di più di gratuità; di più di amore e di spirito di servizio.
Il contesto del brano è quello del grande viaggio verso Gerusalemme e Gesù sta preparando i suoi a quello che vivranno di lì a poco e – soprattutto – a quella che sarà dopo la loro missione: essere testimoni del Risorto e annunciatori del suo Vangelo e del Regno di Dio. E nell’Ora estrema li confermerà con un rito particolare: si cingerà di un grembiule e laverà loro i piedi. E spiegherà così il suo gesto: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi… Un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato» ( Gv 13, 15-16).
Il servo inutile è colui che non accampa diritti o pretese; colui che non cerca il proprio interesse, ma lavora con gratuità e con totale disponibilità, con quel “di più” di amore e di attenzione al bene dell’altro. È un servo inutile perché non fa niente di più di quello che deve, ma lo compie proprio con un “di più” che fa la differenza. E non è poi niente di anormale, se Gesù afferma che la fede, anche se piccola quanto un minuscolo granellino di senape, è capace di spostare un gelso dalle radici forti e profonde. Ci crediamo?
O Padre… donaci l’umiltà del cuore, perché… ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore (Colletta alternativa).

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